Il
prossimo referendum del 4 dicembre costituisce effettivamente un momento
cruciale nella vita politica di questo sventurato Paese. Do per scontato che le
ragioni siano davvero tutte dalla parte del NO.
Per convincersene basta far caso al dato di fatto incontrovertibile che la
propaganda del Si ricorre frequentemente alle
menzogne, o a divagazioni improntate a pragmatismo demenziale tipo “se non la
si cambia ora non la si cambia più” e simili stupidaggini, oppure ai tagli
delle spese ai “politici”, che è un fatto vero ma assolutamente marginale, e
fattibile che lo si voglia senza toccare la costituzione. Renzi e i suoi
ripetono incessantemente che i nuovi senatori saranno eletti, per non dire che
il senato proposto non sarà elettivo. La necessità di cambiare poi fa parte,
della più pura retorica futurista, tanto l’imperativo è cambiare poco importa
come, per essere poi destinati ad un moto perpetuo, impossibile in ambito
istituzionale. Del resto anche il
quesito referendario medesimo che è stato elaborato in funzione di una volontà
estrema di ingannare gli elettori, ragion per cui è stato contestato sino in
vario modo e in tutte le forme possibili. Non sto a riepilogare le ragioni del NO, abbondantemente e dettagliatamente spiegate da
tutto il fronte che si oppone alla riforma. Rilevo che all’interno di questo
fronte, il punto di debolezza, è proprio quello della minoranza del Pd che ha
esaltato l ‘aspetto pur fondamentale della legge elettorale nota come “italicum”
(ogni tanto si ricorre pure al latino invece che al solito inglese). E la
pantomima di Cuperlo si consuma proprio in questo ambito. Se non che la riforma costituzionale resta
improponibile per moltissimi aspetti soprattutto per come è stato concepito il
nuovo senato, e questo prescinde anche dal “combinato disposto”, che è
sicuramente un dato di fatto incontrovertibile, perché, vigente l’Italicum il
potere risulterebbe concentrato in modo inaccettabile nelle mani del Pd se
vincesse le elezioni. Ma probabilmente la legge elettorale cambierà di nuovo
proprio perché Renzi non è così sicuro di vincere da solo le prossime elezioni.
Tuttavia anche senza l’Italicum, la riforma del senato, che è l’asse portante
di tutta la riforma resta inaccettabile, perché gli effetti resterebbero
disastrosi anche ipotizzato di maggioranze diverse. In un caso ci sarebbe una
concentrazione di poteri eccessiva, nell’altro un potere davvero eccessivo alle
opposizioni in caso di maggioranze diverse. Il nuovo senato avrebbe tutte le
possibilità di mettere il bastone tra le ruote in modo pregnante senza nessuna
possibilità istituzionale di composizione dei conflitti. In questo caso
potrebbero sorgere conflitti infiniti, aggravati dal fatto che il senato non dà
la fiducia, e quindi la sua maggioranza non ha responsabilità di governo.
Immagino che se a presiedere i governi ci saranno personaggi come gli ultimi che
si sono succeduti, e penso soprattutto a Berlusconi e a Renzi, gli “strappi”
istituzionali sarebbero, come ora all’ordine del giorno. Quindi,
in questa ipotesi, si rivelerebbe un disastro in barba alla tanto sbandierata
“semplificazione” tanto sbandierata. Il Paese cadrebbe nell’anarchia e nella
più assoluta ingovernabilità, e, credo, sia questa l’aspettativa più attraente
dal punto di vista di J.P.Morgan, la banca americana che sta gestendo
l’operazione. Certo il famoso “complottismo” è stato bandito dai media, e
tuttavia sono i complotti che governano il mondo, nonostante sui media questa
“teoria” che è in realtà un dato di fatto, viene spesso ridicolizzata
stupidamente sui media. Neppure il buon Travaglio si sottrae a questa prassi.
Bisognerebbe spiegarsi allora, perché il sindaco di Firenze e non un altro ha
avuto tutto il favore dei media sino a risultare, nella percezione delle
persone comuni, l’effettivo vincitore di primarie anche le prime perse con
Bersani, tanto da indurre lo stesso a comportarsi come se le avesse perse, e
consentire ad altre primarie con regole modificate nella direzione voluta dal
perdente. Tuttavia l’aspetto che mi
preme sottolineare è che la battaglia per il Si si avvale di una prassi
consolidata che vede una crescente disapplicazione della attuale carta costituzionale,
a partire dall’art. 1° che suona “L’Italia è una Repubblica
democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ora
la prima parte, quella che vorrebbe l’Italia una repubblica fondata sul lavoro
non è mai stata applicata. E non lo è stata in modo pacifico. Si sapeva sin dal
primo momento che questa parte del primo art. era una mera petizione di
principio che non avrebbe mai avuto un seguito nella realtà. Di fatto l’Italia
è sempre stata una Repubblica organizzata in modo funzionale al grande capitale
e agli interessi Usa. Così era stato deciso a Yalta, e tuttavia è proprio
questo articolo che dà fastidio a J.P. Morgan, almeno secondo un documento
della stessa banca che circola in rete, e citata anche in Tv senza smentite di
sorta. Eppure, in teoria, questa prima parte del primo articolo non si è
toccato. La seconda parte del primo art. invece non ha più trovato applicazione
da quanto si è introdotto il sistema maggioritario. La sentenza della Corte
Costituzionale che sancisce questo è arrivata tardi in modo assolutamente colpevole.
Si sono susseguite diverse legislature su base maggioritaria, che consente la
elezione di un certo numero di parlamentari non eletti dal popolo sovrano. Su
questo strappo si è consumata l’intera vicenda berlusconiana, che in un sistema
proporzionale, verosimilmente non avrebbe mai potuto aver luogo. Quindi
l’assalto alla costituzione non è una prerogativa di Renzi, anche se la sua
megalomania da strapazzo lo porta a datare ogni vicenda “positiva” della nostra
vita politica dalla sua apparizione sulla scena politica. Apparizione legata
agli ambienti medesimi che hanno favorito Berlusconi, e la continuità politica
tra loro è perfino evidenziata dallo stesso, anche nel frangente della campagna
referendaria, in cui Berlusconi dice a parole di votare NO, ma schiera
apertamente le sue reti per il Si. E’ una concessione che deve pur fare al suo
seguito che tutto si aspettava tranne che la sua eredità sarebbe finita a un
personaggio assolutamente nuovo, estratto dal cilindro di quelle congreghe
segrete o meno che governano di fatto l’Italia da molto tempo. E’ inutile che
ripeta ciò che ho argomentato ripetutamente su questo blog. E’ possibile, anzi
per me evidente, che i piani veri, perfino al di là dell’articolato, sono quelli
di smembrare l’Italia, così come è stata smembrata a suo tempo la
Cecoslovacchia, la Jugoslavia e via dicendo. Questi processi si consumano a
tappe se ci si fa caso. Ragion per cui è ingenuo illudersi che la vicenda si
concluda con questo referendum, come si vuol far credere. Comunque a proposito
di smembramento dell’Italia una traccia vi è già in questa riforma. Ne ha
parlato per primo Michele Ainis ne “La
Repubblica” di domenica 23 ottobre 2016 in un art. dal titolo “5 Super Stati, le Regioni speciali” che
voglio riportare integralmente. “C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie
della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema
fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa. Perché le norme
transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. Perché infine,
grazie ai suoi stessi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque
superStati: le Regioni speciali. Per raccontare questa storia, dobbiamo partire
per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un
complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una
particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Trentino (il Friuli
s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma
federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le 15
regioni ordinarie, che a quel punto passano le cinque sorelle maggiori, le
fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di
Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale
numero 3 del 2001 introduce la “clausola di maggior favore”, stabilendo che il
nuovo Titolo V della Costituzione di s’applichi anche a loro, nelle parti in
cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali. Il terzo viaggio a
ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’oscillazione del
pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a
garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti,
stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta
perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica tutte, però:
le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra. Perché mai? Semplice:
perché dispongono ad un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. 19
fucili, quanti sono attualmente i senatori (perlopiù eletti in Val d’Aosta e
Sud Tirolo) del gruppo per le autonomie. Siccome però le garanzie non sono mai
abbastanza, siccome oggi va bene ma “di doman non v’è certezza”, gli
autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. Il 9 ottobre
2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller,
ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie. Da qui il comma 13
dall’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di
sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro
stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli
statuti, dove per l’appunto s’ elencano tali competenze: nel caso delle cinque
regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata
dallo Stato “sulla base di intese con le medesime Regioni”. Diciamolo: è la
novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento
pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi
ne deriva. Difatti la costituzione in vigore ne contempla già un paio
d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e culti acattolici) e
nell’articolo 116 (intese fra Stato e regioni). In entrambe le ipotesi, però,
le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque
lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché
intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’articolo 8
articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una
regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui
è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino
senza rispettare il comma 13 sarebbe come approvare una riforma Boschi bis
senza rispettare l’articolo 138. Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura
da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del
concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni
ordinarie e speciali, benché in partenza è l’idea fosse quella di verificarle.
Secondo: di statuti speciali sono più garantiti dalla costituzione medesima,
giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un
procedimento ultra rafforzato. Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non
verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri.
Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dei suoi poteri di veto. E
lo sostituiamo con cinque veto players , le Regio- Stato . Evviva. Michele
Ainis non appartiene alla mia cultura
dietrologica, eppure da buon tecnico ha evidenziato questo problema che i più
considerano secondario ma che secondario, a parere mio non è perché è da
ingenui pensare che le contraddizioni di questo pessimo testo di riforma
costituzionale sia attribuibile alla cattiva penna dei suoi estensori
apparenti, come se a Renzi, alla Boschi, o a Verdini qualcuno lascerebbe scrivere
qualcosa di più di un post o un twitter o una slide. Il sistema maggioritario ha portato il peggio della classe
politica in parlamento ed ora raccogliamo i risultati. Abbarbicati al loro potere senza sufficiente e
legittimo consenso si sentono in diritto di stravolgere la costituzione per
conto terzi. Sono davvero spaventato da ciò che può succede per un altro
effetto combinato. Questa riforma Sarebbe disastrosa anche perché contempla la
possibilità di un senato fuori dal controllo della maggioranza risultante dalle
elezioni politiche vere e proprie e della ingessatura del potere delle regioni
a statuto speciale. Francamente temo che davvero possa vincere il Si,
nonostante tutto, e mi fa specie leggere di personalità di spessore che si
pronunciano per questa riforma. Non c’è nessuna buonafede possibile, e la crisi
che attraversiamo, il lungo tempo in cui l’approfondimento e lo spessore
culturale sono stati aboliti sia dal nostro sistema formativo che mediatico
possono portare una maggioranza di cittadini a votare per questa “riforma”. E’
incredibile ma può succedere, comunque voto NO
mercoledì 23 novembre 2016
venerdì 2 settembre 2016
Virginia Raggi e M5S
Molti
giornali odierni, (2 settembre 2016) così come i telegiornali e trasmissioni
televisive di diverse reti, danno molto risalto alla notizia delle dimissioni
di Carla Ranieri, (capo-gabinetto) Marcello Minenna (assessore al Bilancio con
ampi poteri e competenze) dalla giunta capitolina guidata da Virginia Raggi con
la lista di M5S. risultata vincitrice alle ultime elezioni comunali tenutesi a
seguito della singolare vicenda legata all’ex sindaco Ignazio Marino. Si sono
dimessi anche funzionari di alto livello nelle aziende Atac (trasporti) e Ama
(nettezza urbana) del comune di Roma. Ovviamente
tutti i media a sentenziare sulla crisi di M5S. Loro sono in malafede, perché molte
giunte cambiano i propri assessori, e spesso per motivi assai poco nobili ma a
nessuna di queste vicende viene prestata la stessa attenzione che alla vicenda
romana, che è una vicenda, nella sostanza, squisitamente politica, mentre si
tace di altre situazioni tipo quella milanese, che vede avvicendamenti in
giunta per motivi meno nobili. Questo lo fa notare giustamente Travaglio nel
suo art. su “Il Fatto Quotidiano”. Questo giornalista difende a spada tratta
Virginia Raggi, e questa volta dissento (per quel niente che vale). Certo in
campagna elettorale ho tifato per lei anche se alcune cose non mi hanno mai
convinto. Prima di tutto la sua collocazione professionale precedente nello
studio legale di Previti, un noto avvocato dell’entourage di Berlusconi. La
circostanza fu taciuta al momento della selezione per la candidatura a sindaco
di M5S. E passi. Ma altro elemento per me sospetto, fu la circostanza per cui
M5S, per la prima volta nella sua storia, ha lavorato a favore dei media. La Raggi,
in effetti <buca> lo schermo come di diceva un tempo per i personaggi
telegenici. Questo per me è stato un cambio di passo
importante, perché poteva implicare un mutamento di fondo nella politica dei
pentastellati, e una svolta di questo tipo, se attuata sul piano generale, non
può rimanere senza conseguenze sul piano delle scelte politiche di fondo.
Intanto la stessa Raggi, non ha mai chiuso in modo definitivo la questione
delle Olimpiadi a Roma, sicura operazione di saccheggio come fu quello perpetrato
col pretesto delle olimpiadi del ’60, di cui il comune di Roma paga ancora
debiti per gli espropri. La circostanza l’ha resa nota proprio lei recentemente
per argomentare contro l’ipotesi di ritorno delle olimpiadi a Roma, solo che,
nonostante tutto, non sbatte la porta in faccia al Coni. Comunque, a quel che
leggo, neppure le recenti olimpiadi di Rio hanno fruttato molto alla Rai,
essendo state seguite, a quanto pare, da un numero di telespettatori inferiore
a quelli previsti. Detto ciò la vicenda che più mi indispone, ed è un argomento
che vale per tutto il movimento che l’ha consentito, è proprio quella della
composizione della giunta. Essa andava indicata prima delle elezioni, e doveva
essere un tutt’uno con le scelte programmatiche, necessariamente collettive. Invece
la Raggi si è tenuta mano libera col risultato di far venir meno un tratto di
trasparenza che era assolutamente necessario. Ora si naviga a vista, con l’unica
certezza che ci si trova di fronte ad uno scontro di potere, quel tipo di potere
che M5S doveva combattere. Alle prossime politiche, quasi sicuramente
continuerò a votare questo movimento, ma incomincia a farsi strada qualche
motivo di perplessità.
lunedì 4 luglio 2016
Brexit, ovvero come si rivela una dittatura autentica, attuata attraverso la manipolazione dei media
C’è un famosa e citatissima frase
di Mao-tze-tung (so che non si scrive più così ma me ne frego) pronunciata
all’esordio di una relazione introduttiva a non ricordo più quale congresso del
PCC (quello autentico) che suonava pressappoco così: che c’è un grande
disordine sotto il cielo; la situazione è eccellente. Servirebbe contestualizzare
questa frase per coglierne il significato autentico, per lo più contraddetto
dalle citazioni inappropriate, tuttavia la situazione di oggi si presta al
richiamo di questa famosa citazione. E veniamo ai fatti. Il 23 giugno si è
tenuto in Inghilterra (o U.K. come la moda anglofona impone) un referendum che
rispondeva al quesito di una eventuale uscita del Regno Unito dalla Comunità
Europea. Il giorno successivo, il 24 giugno sono stato resi noti i risultati.
La maggioranza degli inglesi ha votato per il distacco dalla Unione Europea. Si
badi bene che il referendum ha natura consultiva, e quindi i governi potrebbero
disattenderlo, e che è stato indetto dal primo ministro inglese David William
Donald Cameron, conservatore. Sin qui i fatti nudi e crudi, su cui però si è
scatenato un pandemonio mediatico incredibile. Innanzitutto, tutti i media,
concordemente hanno dato massimo risalto ai sondaggi precedenti il voto, e
qualcuno li ha perfino confusi con i risultati acquisiti, che davano per certo
il cosiddetto “remain” come esito del referendum medesimo, ossia della
permanenza della Gran Bretagna nell’ UE. A me, mentre li ascoltavo, veniva
subito un dubbio sulla loro autenticità. Il dubbio mi sorgeva dalla eccessiva
insistenza, quasi che ci fosse una campagna referendaria mediatica a livello
europeo all’interno della campagna referendaria vera e propria, che mal si
collega con il necessario distacco del giornalista che non dovrebbe fare il
tifo per un esito o per l’altro. Invece si è assistito ad una campagna
perentoria violentissima per il “remain” in Italia sicuramente come un problema
di immediata rilevanza sui problemi interni. E conseguentemente una campagna
terroristica alla proclamazione dei risultati. I nostri emigranti a Londra erano
trattati dai numerosissimi servizi televisivi sul tema, come una sorta di
ostaggi su cui incombevano chissà quali pericoli, manco si trattasse di una
dichiarazione di guerra. Pochi i giornalisti e i commentatori che pacatamente
si limitavano a rilevare che per il momento non cambiava nulla e per il
prosieguo neppure, almeno per quelli che attualmente lavorano in Inghilterra.
Di più; un amico su fb faceva giustamente notare, contro la medesima campagna
mediatica che paventava un distacco profondo ed epocale della civiltà inglese
dall’Europa, che si sono portate le minigonne e si sono cantate le canzoni dei
Beatles, in Italia, senza che esistesse l’Unione Europea. Invece
si è continuato e si continua ancora a prevedere catastrofi, puntualmente
avvenute in borsa, ma questo è un altro problema ancora. Il dato di fondo di
questa vicenda è che si è celebrata sui media il rito dell’Unione Europea come
la nostra religione civile. Come se ci fosse vita solo all’interno, almeno in
Europa, mentre fuori si rischiava la dannazione eterna. I dati dicono che dal
dopoguerra ad oggi non si è mai stato peggio come da quando siamo entrati nella
zona Euro. E che l’euro sia un tutt’uno con l’Unione Europea è un fatto
scontato. Che il M5S abbia cambiato opinione rispetto al problema è qualcosa
che mi preoccupa. Non c’è modo di cambiare le cose in Europa senza prima aver
smontato tutto l’apparato costruito in modo davvero antidemocratico, e senza
soprattutto aver regolato i conti con la Germania, che è la principale
beneficiaria di questo grande imbroglio. Detto da me è poca cosa ma riproporrò
la prima parte di un articolo a riguardo del compianto Luciano Gallino del 22 Agosto 2013 sul quotidiano “La Repubblica”:
“ L’intervista
concessa giorni fa dalla Cancelliera Merkel alla Frankfurter algemeine, apparsa
anche su “Repubblica”, si presenta con due facce. La prima è quella di un manifesto elettorale,
in vista della tornata di settembre. Angela Merkel è nota per saper
interpretare come pochi altri politici le idee e gli umori del cittadino media
del suo paese. Che si possono così compendiare: noi lavoriamo sodo, sappiamo
fare il nostro mestiere e amministrare con cura il denaro pubblico e privato;
quasi tutti gli altri nella unione europea, lavorano poco, sono degli incapaci,
e vivono al di sopra dei loro mezzi. La seconda faccia dell’intervista è una
calorosa difesa delle politiche di austerità e delle riforme che la Cancelliera
ha imposto ai paesi UE affinché risanino i bilanci pubblici e riducano i
debiti.
Ogni personaggio politico sceglie le strategie comunicative che
crede ed è probabile che quelle di Angela Merkel le assicurino il terzo mandato
consecutivo. Su di esse non c’è quindi nulla da dire. Ma la difesa strenua
dell’austerità e il messaggio implicito nell’intervista “i paesi UE sono pieni
di debiti e noi no per cui ci tocca insegnargli come si fa ad uscirne” meritano
qualche osservazione. La prima è che la Germania, se si guarda la sua storia,
non ha nessun titolo per impartire lezioni in tema di debiti. Un paio di anni
fa un docente tedesco di storia economica, Albrecht Ritschl, ebbe a definire la
Germania, a “Spiegel on line” il debitore più inadempiente del XX sec. La
Germania di Weimar aveva contratto tra il 1924 e il 1929 grossi debiti con gli
Stati Uniti per pagare le riparazioni della 1° guerra mondiale. La crisi
economica del 1931 consentì al paese debitore di azzerarli, con un danno enorme
per gli Usa. La Germania di Hitler smise semplicemente di pagare le
riparazioni, sebbene esse fossero state drasticamente ridotte a confronto delle
entità punitiva indicata dal trattato di Versailles del 1919. Pe parte sua il
nuovo stato federale ha pagato somme minime per i danni provocati nella seconda
guerra mondiale, grazie anche al benvolere degli americani che gradivano si
rafforzasse per fare da argine all’Urss. Ma soprattutto non ha pagato quasi
nulla per restituire ai paesi europei occupati tra il 1940 e il 1944 le ingenti
risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato a forza da essi. Lo
stesso professor Ritschl ha stimato, in un art. presentato nel 2012 alla 40°
conferenza di scienze economiche, che in moneta attuale codesto debito verso
l’estero ammonterebbe a 2,2 -2,3 trilioni di € equivalenti all’incirca a un
anno intero di Pil della Germania attuale. Avesse dovuto restituire anche
soltanto un trilione ai paesi spogliati dai nazisti, la nuova Germania avrebbe
dovuto sborsare decine di miliardi l’anno per parecchi decenni. A parte l’oblio
del pessimo record della Germania come debitore, la orgogliosa difesa delle
virtù dell’austerità che Angela Merkel fa nella sua intervista male si accorda
con le cifre. Secondo dati Eurostat nei paesi UE si contano oggi oltre 25
milioni di disoccupati e 120 milioni di persone a rischio povertà per varie
cause: reddito basso anche quando lavorano, gravi deprivazioni materiali,
appartenenza a famiglie i cui membri riescono a lavorare soltanto poche ore
alla settimana. La scarsità di impieghi, i tagli alla spesa sociale e
all’occupazione nel settore pubblico hanno ridotto male anche le classi medie
dei Paesi Ue. Neanche i lavoratori tedeschi se la passano bene. I
“minijobbers”, coloro che debbano accontentarsi dei contratti da 450€ al mese
gravati da tasse e contributi sociali, sono in forte aumento e si aggirano
oramai su 8 milioni, circa un quinto delle forze di lavoro. Tra le cause di
tutto ciò va annoverata la crisi, certo. Ma la crisi è iniziata sei anni fa. La
recessione che ha provocato avrebbe dovuto essere combattuta in modo rapido e
deciso con un aumento mirato della spesa pubblica, e i governi europei avevano
il sacrosanto dovere di farlo dopo che avevano salvato le banche private a
colpi di trilioni di denaro pubblico. Tuttavia sotto la sferza del governo
tedesco essi adottarono la più dissennata delle politiche concepibili dinanzi a
una recessione: la contrazione della spesa. Perfino gli economisti del FMI, per
decenni fautori dei più duri aggiustamenti strutturali, sono arrivati a
scrivere che l’austerità nella UE ha prodotto risultati negativi. E’ rimasta la
signora Merkel a vantarne i benefici. “
Ed è solo un esempio, potrei
citare altri interventi assai seri e documentati che vanno nella stessa
direzione. Di modo che le mie opinioni possono sembrare delle misere invettive
preconcette, ma cerco, come posso, di documentarmi. La tragedia è che di questi
dati acquisiti in perfetta solitudine da un grande studioso come Gallino, non
ne tiene conto nessuna forza politica. Questa è la religione civile, quella di
una Unione Europea germanocentrica, che stanno tentando di inculcarci in tutti
i modi. Ora la questione è sul perché l’Inghilterra fa un referendum per
andarsene, tenuto conto che in realtà ha ancora sia la sterlina e la sua banca
centrale, che non è poco, sia tanti privilegi per cui difficilmente può
ritenersi una vittima del sistema. Ora credo bisogna fare attenzione: non è
certo che l’Inghilterra esca davvero, perché credo più probabile che avvenga
una trattativa sottobanco con la Merkel perché anche gli inglesi siano
coinvolti nella spartizione della torta che sin qui vede quasi esclusivamente
la Germania a beneficiarne. Il ceto politico inglese al completo vuole di più e
fa finta di andarsene, ma non è certo che se ne vada, almeno questo è il mio
sospetto e solo il tempo ci dirà come stanno veramente le cose. Certo la crisi
morde anche l’Inghilterra, e il ceto politico ha buon gioco ad addossarne la
colpa alla UE, come alibi per le sue. Le politiche liberiste, da che mondo e
mondo hanno sempre portato recessione, e il Regno Unito è da sempre luogo di
teorizzazione e spesso anche di concreta attuazione di politiche liberiste. Intanto
Cameron ha dichiarato che il suo governo non uscirà dalla UE, e preannunciando
le sue dimissioni, passa la patata bollente al suo successore, così il tempo
passa e con esso anche tutto questo vociare sul referendum. Vedremo. La cosa
strana che mi colpisce comunque che solo la Gran Bretagna, da destra, mette in
discussione la sua permanenza nella UE, mentre da parte dei paesi Pigs
non c’è nessun segnale di insofferenza concreta. Notoriamente la parola inglese
sta per “porci” e da questa parola si è ricavato un anagramma appositamente
elaborato per dire che il Portogallo, l’Italia, la Grecia
e la Spagna
sono paesi porci appunto, nessun
sussulto reale. Eppure questi paesi stanno in Europa solo per versare soldi
alla Germania, e per essere costretti ad una politica recessiva e
aggressivamente reazionaria, a danno non solo del mondo del lavoro ma anche del
sistema delle piccole e media imprese di respiro nazionale. Di modo che dal
debito non si potrà uscire mai e, col pretesto del pareggio di bilancio mai più
raggiungibile, stanno togliendo lavoro, sanità, pensioni e con questo la
possibilità di vivere. La popolazione in Italia non cresce più, le attese di
vita stanno regredendo, i giovani hanno ripreso ad emigrare e tra qualche
decennio, l’Italia meridionale sarà una landa desolata, abitata da pochi
anziani e forse, se va bene da un poco di immigrati. Comunque un effetto il referendum
inglese lo ha avuto, e consiste in un messaggio minaccioso nei confronti della
Merkel, detentrice del tesoro che adesso, in vario modo sembra meno custodito
di quanto non lo sia stato sin qui. Ne approfitta pure Renzi, furbissimo politico,
che cerca di trarre vantaggi per se stesso, mica per il paese. Egli cerca più
libertà di spesa, per mere ragioni di consenso, ma sempre a debito. La polemica
sul finanziamento pubblico alle banche in crisi ha del surreale. Pochissimi si
fanno la domanda sul perché ai finanzieri proprietari e azionisti di
riferimento, o manager delle banche deve essere consentito di tutto, a partire
dai lauti compensi per se stessi, al concedere prestiti ingenti ad amici e
compari senza garanzia di rientro, al contrario, in qualche caso sicuri del non
rientro, e poi se le cose vanno male ci deve pensare lo stato con i soldi
pubblici, cioè nostri, a ripianare i debiti, gratuitamente. E’ assurdo, e forse
da codice penale, se in Italia ci fosse una giustizia. Ma non c’è. Ma questo è
il vero nocciolo della questione UE e delle politiche di bilancio, nonché della
crisi economica generale nel suo complesso: la “privatizzazione”, ossia la
trasformazione di risorse pubbliche in risorse private a vantaggio dei grandi
gruppi finanziari. Quel che serve è una rivisitazione complessiva della
questione “debito pubblico”, con una severa tassazione sui grandi patrimoni,
costi quel che costi, in modo da risolvere il pregresso, inducendo per esempio
la Germania a pagare i suoi debiti, giusto l’articolo di Gallino, e risollevare
sensibilmente la Grecia che in quanto a debiti di guerra ha delle giuste
rivendicazioni, salvo poi a non dar seguito nonostante Tsipras, e per il futuro
a creare condizioni politico finanziarie per sottrarre il debito stesso al controllo
e al possesso di banche private. Insomma si tratta di smettere di regalare
soldi pubblici ai privati, così come impone questo assetto neoliberista, che
assomiglia molto ad una forma più leggera di neonazismo, almeno sul piano
interno, mentre la ferocia versoi popoli deboli è pari se non più forte di
quella nazista. Comunque è vero che una buona amministrazione dello Stato
implica, al bisogno, un indebitamento relativamente basso e sostenibile, a
differenza di quello attuale, e questo apre al discorso sulla corruzione e
della criminalità organizzata, che sono le principali beneficiarie della “spesa
pubblica” in Italia, divenuta per questa via un teatro di opere incompiute, un
accartocciarsi di opere malsane, quali inutili autostrade, trafori tanto
devastanti quanto inutili, come quello in val di Susa, recentemente
ridimensionata, forse per merito dell’Appendino e dei M5S a Torino, per non
parlare del ponte sullo stretto di Messina che ci è costato già tanto a favore
di società costituite ad hoc, per il
solo parlarne. Senza di che continueremo a vedere tagli alla spesa sanitaria,
che di tagli ha solo il nome perché non decresce, nonostante la drastica
riduzione dei posti letto e delle prestazioni, al punto che oggi è già
difficile parlare di una esistenza reale di una sanità pubblica, essendo nella
esperienza di tutti coloro che ci sono passati, che senza soldi non ottieni
nessuna prestazione davvero indispensabile. Ormai nella sanità italiana si paga
tutto, o tutto ciò che è realmente indispensabile. Se ciò nonostante la spesa
non diminuisce è perché ne beneficia la sanità privata, oltre che i rivoli
consueti di corruttela e mal gestione. Di questo Renzi si dovrebbe preoccupare
invece di scodinzolare contento al guinzaglio della Merkel, e vantarsi di aver
ottenuto concessioni di cui invece dovrebbe vergognarsi.
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