Premetto
che in passato sono andato a votare anch’io alle primarie, ma per motivi del
tutto contingenti, avendo voglia di esprimere qualche preferenza per i candidati più a "sinistra" di quelli ufficiali del Pd. Comunque una riflessione più approfondita
sullo strumento la voglio fare o ripetere, visto che di sicuro ho già trattato
l’argomento. Le primarie sono uno strumento consolidato negli Usa, e, secondo
la vulgata che se ne fa da queste parti, sono un segno di democrazia. Non mi
pare che siano molti in giro a riflettere su un aspetto per me evidente ed
essenziale, che gli Usa non sono affatto un buon esempio di democrazia sotto il
profilo dei sistemi elettorali, visto che di questo trattiamo, tralasciano
discorsi più ampi sulla democrazia. Il voto politico in Usa è farraginoso,
disincentivato e disincentivante ed è organizzato con un meccanismo in grado di
distorcere la “volontà popolare”. Le ultime elezioni presidenziali negli Usa ne
sono un esempio assai significativo. Se si fossero contati i voti sarebbe
risultata vincitrice la Clinton, invece di Trump, ma i voti dei cittadini hanno
una valenza relativa, perché il Presidente degli Stati Uniti d’America viene
scelto con una elezione di secondo grado, quasi come il Doge di Venezia dei
secoli andati. Ora nessuno riflette sulla contraddizione che a me pare
evidente, tra un valore importante come la democrazia e la pratica che ne consegue.
Insomma gli Usa, oltre a non poter essere un modello di democrazia sulla base
dei miei valori, non lo sono comunque la si pensi. Ora la elezione di Trump,
proprio questo ha significato, come ha giustamente osservato qualche commentatore
nell’immediatezza del voto: la crisi del modello planetario a Stelle e Strisce.
A maggior ragione verrebbe da chiedersi in quale sistema di valore si inseriscono
le primarie americane. Posto che esse sia uno strumento di “apertura” verso il
basso, occorrerebbe chiedersi come mai gli americani si siano dotati di un
sistema “aperto” nelle competizioni interne ai partiti, e chiuso e farraginoso
in quelle di maggiore portata istituzionale. Le risposte potrebbero essere
molteplici, ma qui, per brevità, mi atterrò a quella che a me pare una ovvietà,
a prescindere dagli orientamenti politici di riferimento, ossia che gli Usa
sono una cosa e l’Italia è un’altra. Sono storie, condizioni geografiche ed socio-economiche
talmente diverse da far pensare che solo gli stolti possano concepire apparentamenti
e similitudini tra sistemi istituzionali. Infatti sono convintissimo che il
nostro ceto politico sia fondamentalmente corrotto e incompetente. Allora,
ammesso che le primarie americane possono anche avere una ragion d’essere in
quella particolare situazione, non si capisce a cosa servono nel sistema
italiano. Da noi, tanto per dirne una, non c’è un sistema elettorale
consolidato, cosa che negli Usa c’è, che piaccia o meno, e si naviga a vista,
volta per volta. Questo è un sintomo evidente di una crisi politica di “sistema”
che è profonda e grave, anche se nessun osservatore, per quel che mi riesce di
constatare, la definisce tale. Intanto va notato che, come tutte le cose
riuscite male, le primarie italiane non sono di sistema, infatti solo il Pd le
adotta. Ma il Pd è un partito che spinge la propria insipienza fino a replicare
anche nel nome un partito americano, che ha tutt’altra tradizione. Neppure la
differenza tra destra e sinistra in America ha una storia minimamente rapportabile
a quella italiana; del resto è proprio questo il nocciolo duro e violento della
nostra “modernità” o del postmoderno come dir si voglia: annullare la nostra
storia, portare il nostro vissuto a galleggiare con quello altrui grazie alla
straordinaria tecnologia dei media. In questo contesto le primarie italiane,
dopo un periodo di “collaudo” si stanno consolidando per uno strumento che
nulla ha a che fare con la democrazia. Una volta le si sarebbero definite uno
strumento sciovinista, in cui gli elettori vengono chiamati a suggellare ciò
che è già deciso altrove. A meno che qualcuno non voglia sostenere che le
recenti primarie vinte da Renzi siano state primarie reali, in cui i
concorrenti abbiano avuto le stesse possibilità di vincere. Della
partecipazione di Orlando non mi stupisco, ma, confesso, attribuivo ad Emiliano
una capacità di guardare lontano che vedo smentita da questa circostanza. Insomma
anche lui, che stava con un piede fuori dal Pd, alla fine ha optato nella
modalità di quel vecchio detto barese, di solito pronunciato in dialetto, che
in vero è riferito ai soldi e non ad altro, che si preferiscono così: “pochi,
maledetti e subito”. Particolare gravità ulteriore scontano, sempre a parer
mio, queste ultime primarie. Esse sono state concepite come strumento per far
dimenticare agli elettori del Pd, che Renzi ha perso il referendum del 4
dicembre sulla riforma istituzionale da lui voluta. Insomma, a differenza che
negli Usa, le primarie del Pd non sono il prologo a elezioni politiche vere e programmate,
portatrici di un cambiamento di personalità al vertice insito nelle regole, ma
sono servite a consolidare il “vecchio” segretario. E pensare che qualcuno ha
sostenuto che partecipare a tali primarie, era un fatto di d e m o c r a z i
a.
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