Dice Barnaba Maj, che di mestiere fa il professore universitario in quel
di Bologna e si occupa di filosofia della storia: << Quante guerre ci sono state, e ci
sono tuttora in atto, nella storia? Se si esamina per così dire lo statuto
epistemologico della “guerra” nella storiografia, salta agli occhi un
paradosso: è trattata quasi sempre in modo evenemenziale e la loro ricostruzione
specialistica affidata alla storiografia tecnica.>> (Cnf.
“Tempo e temporalità storica” in Discipline Filosofiche, Quodlibet ed. XXII I
2012, Presentazione). Sono convinto da tempo che il problema della storia, e di
come si usa elaborarla in un determinato contesto sia un problema per nulla
secondario in politica, e che non sia possibile capire ciò che ci succede se
non abbiamo una idea in qualche modo vicina al vero di ciò che è successo in
passato. Mai come oggi, credo, la più becera mistificazione della storia è uno
strumento di potere politico, e le guerre, a volte vengono perfino chiamate
“missioni di pace”. Certo si potrebbe obiettare che il potere abbia sempre
mistificato la storia per suo tornaconto, ma questa mistificazione non è mai
stata così profonda, al punto da mettere in crisi la disciplina della storia in
quanto tale. Per questo nel settore della filosofia della storia vi è un grande
fermento che a me pare sintomatico della sua crisi per altro percepita come
tale dagli stessi studiosi del settore. La vita dell’umanità si snoda su un
percorso che ha una sua logica, per cui nel passato ci sono le premesse per ciò
che succede nel presente, e che non sia possibile analizzare i fatti che
succedono e che sono successi senza comprenderne le concatenazioni logiche che
li legano tra loro. In linea generale viviamo un tempo in cui il domino delle
idee, o gli interessi che sottostanno alle idee che vanno per la maggiore,
impediscono di cogliere queste concatenazioni. Tornando alla citazione iniziale
di Barnaba Maj, si può osservare che, almeno nella situazione italiana, non
solo le guerre, ma anche le stragi, i delitti eccellenti, sono trattati con i
medesimi criteri di cui parlava il Prof. Maj, come fatti estraibili dal contesto
e quindi appunto evenemenzialmente. Altro problema non c’è se non quello
giudiziario, quasi che l’ordinamento giudiziario, fosse anche perfettamente
funzionante e non lo è, notoriamente, possa risolvere di per sé, problemi
attinenti altre sfere della vita politica e sociale. Nella generalità dei casi
manca la riflessione sul ciò che consegue da determinati fatti, quali appunto
quelli cui mi riferivo. Ora, tanto per dire, ormai c’è una produzione teorica
in diversi campi, ne parlano filosofi, storici, sociologi, psicologi, che
sottolineano come si sia perso, nella cultura postmoderna dominate, la capacità
di capire il passato forse perché, mi verrebbe da dire, abbiamo perso la
capacità di percepire correttamente il ritmo del tempo che passa, che è quello
che consente il sedimentarsi dei fatti storici a causa, se vogliamo, degli
effetti del nostro vivere immersi nella nevrosi indotta mondo dei media, al cui interno si percepisce
malamente il ritmo naturale della vita, l’alternarsi di giorno e notte, e per i più, tra coloro che anno diritto di cittadinanza, perfino la capacità di sperimentare direttamente le quantità
di lavoro fisico per compiere gesti
“naturali”. Dice in un verso di
“Lettera” il grande Guccini “C’ è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo
dopo una corsa” E quindi, tornando al problema della guerra, non
siamo in grado di analizzare correttamente le guerre del passato, e
conseguentemente non siamo in grado di cogliere le conseguenze che si
ripercuotono nel presente. Le due guerre mondiali non si sottraggono a questo
destino. Intanto vengono spesso rappresentata nelle ricostruzioni
giornalistiche destinate spesso a trasmissioni televisive o a DVD o alla carta
stampata nelle occasioni delle ricorrenze che tali eventi dettano, tipo il 6
giugno, anniversario appunti dello sbarco angloamericano in Normandia del 1944,
superbamente celebrato con dovizia di assistenza mediatica, come eventi
disconnessi tra loro. E tuttavia anche al di fuori di questi contesti, come
problema nel problema, c’è una propaganda persistente, ora più vistosa ora più
discreta, in cui il motivo dello sbarco angloamericano in Normandia viene
segalato come l’episodio che segnò la svolta nel conflitto mondiale e che
determinò l’assetto democratico dell’Europa occidentale. A scanso di equivoci
non credo sia sostenibile una tesi per cui tali eventi siano indifferenti sul
corso degli eventi che seguirono, al contrario; solo che la loro importanza va
collocata diversamente da quanto di voglia far credere. Comunque, tornando al tema, in modo ancora più
sottile e pervicace, l’attività di propaganda ottiene il risultato di far
credere che le guerre sono considerati eventi meramente catastrofici, eccezionali, epocali, ora dovuti alla
follia di Hitler, nel caso della seconda, ora a passaggi d’epoca come nella
prima, scambiando così la causa per l’effetto, ma sempre legate a cause
eccezionali e straordinari, e per ciò stesso irripetibili, o non riproponibili
nel mutato contesto odierno. Va da sé che siano davvero irripetibili nelle
medesime forme, ma non nella sostanza. Le due guerre mondiali, per esempio, vengono
generalmente percepite come inserite in epoche storiche profondamente diverse
tra loro. Eppure tra i due eventi intercorrono 31 anni calcolati dall’inizio
della prima alla fine della seconda, che costituiscono un lasso di tempo perfettamente
racchiudibile nella esistenza di un individuo in età di ragione. Una persona,
poniamo, che avesse vent’anni nel 1914, posto che sia sopravvissuta alla guerra
stessa, ne ha cinquantuno nel 1945. Difficile, in un contesto più obiettivo,
sottrarsi alla sensazione che vi sia un nesso tra i due eventi, quasi che gli
“accordi di pace” siano sempre in grado di chiudere definitivamente ogni tipo
di contenzioso e di problema insito nel conflitto stesso, e segnano per
l’appunto, “cambiamenti epocali”. Per
carità, ora non voglio sostenere che il nesso tra le due guerre non sia stato
preso in considerazione da nessuno, al contrario, solo che l’argomento è rimasto
in un ambito elitario, che non rientra molto nelle numerose vulgate, si sarebbe detto un tempo,
sulle cause della seconda guerra mondiale cui accennavo prima, in pratica non
ha nessuna incidenza sulla politica di oggi, che è quello che per me conta. Invece
i cardini della divulgazione della storia è incentrata sulla presenza
“provvidenziale” degli Usa che hanno liberato l’Europa dal nazismo,
disinteressatamente e per amore della libertà e della democrazia e, al contempo,
demonizzare l’Unione Sovietica e di Stalin, spesso rappresentato come una sorta
di equivalente ideologico del nazismo. Ora,
a ben riflettere c’è stato un prima e un dopo che accomuna le due guerre, ed è
proprio il ruolo degli Usa nell’Europa e nel mondo. Le due guerre hanno rappresentato
un volano potentissimo per l’economia Usa che si è avvalsa in primo luogo della
non trascurabile circostanza di avere il proprio territorio al riparo dalle
distruzioni proprie dei teatri di guerra come lo furono l’Europa e l’Asia, e
poi in secondo luogo per i crediti, ovviamente vantaggiosi che gli Usa elargirono
a piene mani. Di pari passo le due guerre hanno determinato un forte
ridimensionamento delle economie europee e del relativo peso politico
internazionale, si pensi al ruolo che aveva la Gran Bretagna prima delle due
guerre e a quello decisamente residuale che ha avuto dopo le due guerre. Ora la
Gran Bretagna è una sorta di costola volontaria degli Usa. Approfondire e
rendere teoricamente dignitoso questo tipo di riflessione, credo, gioverebbe a
rendere meno evenemenziale il discorso storico sulla guerre, giuste le teorie
di Maj. Certo vi è un fenomeno politico ed economico parallelo, che riguarda il
fenomeno dell’Urss e della Cina, che hanno registrato grandi progressi
economici anche durante le guerre, pur avendo i propri territori coincidenti, almeno in gran parte, col teatro delle operazioni
belliche, e al di fuori di qualsiasi gioco economico tendente ad aspirare
risorse da altri territori, come appunto fecero e fanno i paesi
dell’Europa occidentale. Quel che conta è rappresentare ciò che accadde, a
proposito della seconda guerra mondiale, anche a rischio di contraddire i fatti
che pure correttamente si rilevano, non sempre a dire il vero, come la dimostrazione
di quintessenza di potenza e al tempo stesso di democrazia degli Usa relegando
tra parentesi, come fosse cosa di poco conto le incertezze iniziali nei confronti di Hitler condensato nel cd spirito di Monaco da parte delle democrazie
occidentali. Ormai è richiesto una particolare dose, al momento della loro
interpretazione, di onestà intellettuale, per concludere che alle suddette democrazie occidentali stava bene il
regime hitleriano, a patto che si limitasse ad espandersi verso oriente, ossia
verso l’Unione Sovietica. Ricordo, principalmente a me stesso, che la
conferenza di Monaco si tenne il 29-30 settembre 1938 tra Gran Bretagna,
Francia, Italia e Germania e stabilì l’annessione dei Sudeti, territori della
Cecoslovacchia, alla Germania, mettendo di fronte al fatto compiuto tanto l’Unione
Sovietica, ovviamente contraria, quanto e soprattutto la medesima
Cecoslovacchia, paese che pure gravitava nell’orbita di influenza occidentale. Con
ciò stesso svanirono le possibilità di una alleanza militare di Francia, Gran
Bretagna e Unione Sovietica contro la Germania, con il tenue alibi della
opposizione di Polonia e Ungheria al passaggio delle truppe sovietiche,
condizione necessaria per stroncare sul nascere ogni velleità aggressiva da
parte hitleriana, così come chiesto ripetutamente dai sovietici medesimi. Ma,
con tutta evidenza, non era questa la prospettiva più auspicabile per gli
interessi occidentali, per i quali invece l’aggressione tedesca alla Unione Sovietica
era l’opzione migliore, come confermano i fatti che seguirono tant’è che lo
sbarco degli alleati in Normandia nel ‘44 avvenne quando l’aggressione nazista
all’Unione Sovietica si era già concretizzata in una catastrofe per la quantità
e qualità delle forze militari impegnate e relativi costi, non solo economici.
In pratica l’invasione dell’Unione Sovietica esaurì irreversibilmente il
potenziale bellico hitleriano. Sicuramene la storia non si fa con i se e con
i ma, e tuttavia è lecito supporre che in caso di vittoria tedesca a
Stalingrado, lo sbarco in Normandia si sarebbe svolto, posto che se ne
ravvisasse ancora la necessità, in ben altre condizioni. L’importante per gli
Usa è che ci fosse una guerra in Europa, la terra di un potenziale concorrente
economico in grado si soverchiarli, in applicazione del classico detto: divide et impera. Gli sbarchi alleati in Italia e in Francia,
quindi, a ben vedere, furono effettuati per prevenire l’occupazione sovietica
dell’Europa, e non fu una manifestazione della ispirazione democratica e
antinazista delle potenze occidentali. La lotta la nazismo, se vogliamo dirla tutta,
non era cosa che interessasse davvero gli alleati, al contrario è lecito
supporre che una vittoria tedesca avrebbe sicuramente portato ad una situazione
europea perfino più accettabile per gli Usa, non una “prima scelta” ma un
ripiego plausibile. Il suo limite non era dato dai campi di concentramento o
dai livelli di oppressione interna ma dalle sue pretese di supremazia
internazionale. Le cd “democrazie liberali” erano più compatibili col nazismo
di quanto non si dica. Le riprove abbondano, dato che i gerarchi nazisti
trovarono rifugio in paesi del Sudamerica, all’epoca sotto stretta egemonia
Usa, e in Italia non furono praticamente mai perseguiti, e, grazie anche al
comunista Togliatti, non ci fu nessun tipo di epurazione nelle forze armate e
negli apparati dello stato, di modo che lo Stato italiano, solo retoricamente
può dirsi come “nato dalla resistenza”, non a caso questa espressione la si usa
esclusivamente per la Carta Costituzionale; al contrario nelle fabbriche, Fiat
in testa, l’epurazione dei comunisti e dei partigiani ci fu. Inoltre la vicenda
di Kappler è una conferma di questo assunto e non lo contraddice per nulla.
Pertini, per fare un altro esempio, negli anni della sua presidenza rivendicò
la sua partecipazione alla decisione politica di condannare a morte Mussolini,
non per ansia di vendetta, ma perché era noto che gli inglesi avrebbero voluto
“riciclarlo” nella vita politica italiana. Quindi, tornando alla politica in
Italia la doppiezza è quasi d’obbligo; bisogna essere democratici di facciata,
salvo poi, in concreto a ispirarsi a principi di segno opposto. Per esempio, in
Italia siamo stati governati, democraticamente,
si fa per dire, da un partito che si chiama “Lega Nord” sedicente
secessionista, nonostante la Costituzione, ha attuato in collaborazione con
Berlusconi, politiche razziste, con profondi legami con la criminalità
organizzata, con politiche economiche assolutamente recessive, asservite
all’Euro, ossia alla Germania riunificata. Una forza che, sul piano
istituzionali, ha cercato e cerca di uniformare in tutto e per tutto l’Italia
agli Usa, senza che nessuno percepisse la ridicolaggine del “federalismo”
all’italiana e il suo essere appunto una giustapposizione senza radici nelle
storia e nelle esigenze reali del paese, avendo ricevuto, su questo anche il
pieno appoggio del Pd, tant’è che si sta dibattendo di una riforma del Senato
di cui quasi nulla si capisce tranne che si vuol reintrodurre l’autorizzazione
a procedere per i senatori che non avrebbero, nell’ipotesi in
discussione, neppure la dignità di essere “eletti del popolo”. Un
Paese che si vuole indipendente ma tale non è e non lo è in misura assai
maggiore di quel che comporta una normale collocazione in una “sfera
d’influenza” perché non abbiamo il controllo totale ed esclusivo delle forze
armate, non abbiamo il potere di battere moneta. Certo il discorso è lungo e
qui viene solo abbozzato ma credo sia assai pertinente. Altra questione assai
importante che discende sempre dalla situazione politica creatasi al termine
della guerra, è che in Italia vi è una integrazione del mondo criminale in
alcune leve di comando dello stato a cui ci siamo assuefatti al punto che nessuno, in tema di collusione tra ceto
politico e criminalità organizzata, considera che le persone non si possono
scindersi in più parti, e che se un delinquente ricopre ruoli politici può
farlo esclusivamente nell’interesse suo privato delinquenziale. Su questi
aspetti in Italia vi è una tolleranza che va oltre ogni logica, infratti
riscuoto successi elettorali formazioni politiche il cui rapporto con la
criminalità è conclamato, e questo perfino al netto del condizionamento dei
media che pure è fortissimo e costantemente sottovalutato “a sinistra”. Ma
tornando alle questioni internazionali va rilevato che politiche di dominio Usa
nel Sudamerica fino a tutti gli anni ’80 furono improntate a criteri
apertamente replicanti il sistema hitleriano. Nell’ Europa del dopoguerra, gli
Usa furono i principali ispiratori dei colpi di stato del 1967 in Grecia, per
non parlare della situazione italiana del dopoguerra, dalle strategie stragiste
all’ affair Moro di cui mi sono già
occupato in questo blog parlando di Berlinguer, il segretario comunista filoatlantico. Comunque a
proposito della Grecia, nessuno ricorda che dal 1946 al 1949, in pieno dopoguerra la democratica Gran Bretagna intervenne militarmente con mano pesante
per affossare la legittima repubblica greca nata con la resistenza, quella sì,
davvero autonoma da tutti egemonizzata dai comunisti, senza che nessuno
intervenisse in suo favore, neppure quel cattivone
di Stalin che evidentemente prendeva sul serio gli accordi internazionali, e
precisamente quelli di Yalta, per la circostanza. Detto banalmente la questione
è ancora oggi, più ancora che nel recente passato, oggetto di propaganda
ideologica tambureggiante, nei media, nei discorsi ufficiali ma anche in quelli
ufficiosi. Tornando alle questioni teoriche che con queste sono strettamente
intrecciate, credo sia utile citare Frank Ankersmit, membro della reale
accademia olandese, il quale, riflettendo sui destini della storia come
disciplina dotata di un proprio statuo che la rende scienza tra le altre
scienze umane cita l’esempio del ricorso al “giorno della memoria” come esempio
di un processo di “privatizzazione” della storia medesima, la cui ricerca nel
recente passato, era assimilabile ad una costruzione imponente a cui ogni
ricercatore apporta un contributo paragonabile
alle pietre che, una sull’altra, fanno una grande opera architettonica, dotata
comunque di unicità. Ora invece la ricerca storica sembra essersi trasformata
in una caccia al tesoro, dove tutti si impegnano, poco importa la specifica
competenza, per trovare il “tesoro” appunto ciò che si vuol ricercare, e che,
puntualmente viene trovato, anche se, in questo modo ogni ricerca è un fatto in
sé, non sempre o quasi mai ricollegabile ad alle ricerche altrui, ad un
impianto che consenta a tutti, o ai più, di ritrovarsi nel medesimo processo
che chiamiamo appunto storia. Jörn Rüsen, è un altro studioso il quale rileva
nella prassi del “giorno della memoria” analogo inganno perché, a suo dire,
tale prassi serve a dare un senso con criteri soggettivi che rendono
impossibile una condivisione generalizzata della interpretazione degli eventi
oggetto di tale discutibile prassi, sino ad affermare: “Il ricordo e la memoria in quanto pratiche
culturali, elementari ed universali, orientano in modo vivo l’esistenza e si
presenta come un fuoco che riscalda il senso storico. Questo calore, rispetto
alla fredda razionalità della ricerca storica oggettiva, appare un paradiso
perduto. (….) in fondo gli scienziati sanno meglio di chiunque altro che il calore
del ricordo storico si raffredda durante la verifica dei suoi contenuti e della
sua attitudine al vero, di cui la scienza si fa interprete.” Per
essere più chiaro rileverò che c’è stato un tempo in cui anche tra
intellettuali politicamente schierati, c’era un dissenso esplicito sulle
interpretazioni dei fatti storici, non sui fatti medesimi. Intellettuali del
tipo di Croce e perfino Gentile, non hanno mai pensato di falsificare eventi
storici per fini politici, solo di dare loro una interpretazione, che
certamente potrebbe risultare non accettabile, mentre ore abbondano
ricostruzioni “storiche” che sono delle falsità accertabili. Nel passato, tale
accusa, ossia di falsificare la storia è stata rivolta raramente, e il più
importante tra coloro cui è stata rivolta è stato Osvald Spengler, su cui
tornerò più avanti. (continua)
venerdì 4 luglio 2014
giovedì 10 aprile 2014
Berlinguer, la Nato e il film di Veltroni
Recentemente
è uscito un film di Veltroni su Enrico Berlinguer, pare sia un documentario, e
che stia avendo successo nelle sale. Di sicuro non l’ho visto né, come altri
compagni, mi propongo di vederlo. Dirò di più; su Berlinguer è stato scritto
molto, è stato girato un altro film prima di questo, ed io non ho seguito nulla
di tutto ciò, e le conclusioni cui sono giunto sulla sua politica le ho
maturate per aver vissuto attivamente la vita del PCI dall’1980 sino alla fine.
Mi includevano perfino nel servizio d’ordine che la federazione del partito di
Bari dedicava a tutti i segretari generali, compreso Berlinguer, ovviamente,
ogni volta che veniva in città, prevalentemente in occasione di comizi
conclusivi di campagne elettorali. Comunque i servizi d’ordine sono stati parte
caratterizzante del mio impegno politico di sempre. Dirò, sapendo di andare
assolutamente controcorrente, che i suoi discorsi politici non mi hanno mai convinto,
al contrario, mi stupisce e continua a stupirmi l’accoglienza che hanno
soprattutto “a sinistra”. E lo dico ora
tanto più che mi pare in corso una sua “santificazione” cui concorre tutto, i
ricordi nostalgici di tanti compagni, il riguardo nei sui confronti di
personaggi come Benigni, insomma un tam-tam che corre anche su Fb, oltra ai film
e le pubblicazioni di cui ho già detto. Tale consenso mi pare stia diventando
perfino trasversale, sotto il profilo politico. Insomma temo che Enrico
Berlinguer stia uscendo dalla Storia, e stia entrando nel mito. Ora in estrema
sintesi, e per grandi titoli, i discorsi
politici che hanno reso famoso Berlinguer, ed è il motivo per cui se ne parla
riguardano essenzialmente: 1) Il compromesso storico; 2) il discorso sulla fine della
forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 i Russia con
conseguente elogio della Nato con cui ha definito il Patto Atlantico: «uno scudo utile
per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul
piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l'Italia» (intervista
rilasciata a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, il 15 giugno 1976. 3) Il discorso
sulla questione morale. Ad occhio questi sono gli argomenti che
maggiormente risaltano, sotto il profilo politico, perché c’è anche un profilo
sentimentale che coinvolse anche me al tempo, ossia le circostanze della sua
morte, a seguito di un ictus cerebrale che lo colse sul palco di un comizio a
Padova il 7giugno 1984. Che fosse una persona dedita al suo lavoro, ben oltre i
suoi interessi personali è fatto vero, e che ciò contribuisca, mio malgrado, a
mitizzarlo non ne fa certamente una falsità. Dopo di che pochi ricordano, o
così a me sembra, che fu anche il promotore del referendum sull’abolizione
della normativa che toglieva dalla busta paga dei lavoratori dipendenti, la
famosa scala mobile, ossia la copertura parziale in automatico, dell’aumento
del costo della vita. Il referendum si celebrò nel giugno 1985 un anno dopo la
sua morte, con esito negativo, perché gli elettori, a riprova della loro
“maneggevolezza” confermarono in maggioranza l’abrogazione di questo
intelligente istituto, che andava, a mio parere, ulteriormente perfezionato.
Ora, e qui apro una parentesi, nessuno ricorda più le mirabolanti prospettive
in fatto di occupazione e sviluppo economico vaticinate da Craxi e dal suo
governo, e dai sostenitori dell’abolizione della scala mobile sindacalisti
compresi, i quali sostenevano tra l’altro, udite, udite, che il meccanismo
dell’automazione toglieva spazio alla contrattazione. Sostenevano proprio
questo senza che nessuno a sinistra gli venisse spontaneo osservare che la
contrattazione non era il luogo del riconoscimento del ruolo del sindacato
autoreferenziale, ma il luogo in cui era possibile ottenere aumenti reali della
retribuzione. Con questa vicenda si determinava una politica sindacale per cui
i salari potevano solo aspirare alla stabilità, non ad aumenti reali. In
concreto poi sappiamo com’è finita. Da allora ad oggi i salari reali in Italia
sono scesi in picchiata, al livello del “terzo mondo” di una volta, e tutti a
dire che il costo del lavoro è alto, solo perché altrove ce ne son ancora di
più bassi. Insomma stiamo allo schiavismo tendenziale, con punte di schiavismo
autentico soprattutto in agricoltura, senza alcun beneficio per l'economia
generale del Paese. Devo aggiungere pur
avendo promosso la raccolta delle firme per la difesa della scala mobile il
PCI, segretario Natta, ad onor del vero, aveva di fatto esentato la CGIL dal
sostenere la battaglia recitando la farsa dell’autonomia del sindacato dal
partito, mentre chi ha vissuto dall’interno di quella fase sa bene che il percorso
carrieristico dei dirigenti, - che formavano una casta chiusissima,
autoreferenziale, e che di propagava solo e soltanto per cooptazione, essendo i
congressi e quant’altro, vuote liturgie sicuramente prive di senso democratico
- era assolutamente trasversale tra
partito e sindacato e Lega delle Cooperative. In definitiva un dirigente di partito
all’uopo diventava indifferentemente dirigente del sindacato o della Lega e poi
tornava al partito in vista, solitamente di qualche seggio nelle istituzioni ai
vari livelli, e di conseguenza, le tre organizzazioni dovevano ritenersi un
tutt’uno, all’epoca. Chiudo la parentesi sulla scala mobile. Come la faccenda
della scala mobile pare a me che tutto fosse un coacervo di contraddizioni per
me inaccettabile da chiunque voglia dirsi “di sinistra” a qualsiasi titolo,
figuriamo poi se parliamo del segretario del Partito Comunista Italiano.
Ricomincio, per tornare a Berlinguer, dal discorso sulla fine della “spinta
propulsiva” della rivoluzione sovietica, che credo sia la chiave di volta per
comprendere tutto il resto. In realtà la
crisi dell’Unione Sovietica era nota e si prestava a due opposte letture: la
prima tendente a fare dell’erba un fascio di tutta la storia sovietica come se
Lenin e Krusciov, per non parlare degli squallidi personaggi che seguirono
nella carica di segretario generale del PCUS, tanto per dire, fossero accumulabili in uno
stesso giudizio; l’altra di segno opposto, che rilevava appunto la
contraddizione tra i principi del socialismo e la loro attuazione concreta,
cose che fece appunto il Partito Comunista Cinese. Berlinguer invece scelse “la
terza via” ora attribuita a Tony Blair ma, se ben ricordo fu proprio Berlinguer
a usare per la prima questa espressione, oppure addirittura Togliatti quando
parlò di riforme di struttura, ora non ricordo bene e francamente non mi va
neppure di documentarmi. Di fatto Berlinguer scelse la Nato come via al
socialismo. Trovo strabiliante che nessuno colga l’enormità della
contraddizione, il non senso di questa posizione. Questo è avvenuto in Italia
che è davvero uno strano Paese. La Nato è notoriamente una estensione dell’esercito
Usa verso l’Atlantico del nord, come recita l’acronimo - North Atlantic
Treaty Organization - i quali
Usa attuarono il colpo di Stato in Cile, e questo sarebbe, lo stesso evento che
portò Berlinguer a teorizzare il compromesso storico. Quindi da un lato temeva
la disinvoltura con cui gli Stati Uniti intervenivano negli stati indipendenti
e dall’altro definiva la Nato come dicevo: «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella
libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di
sicurezza per l'Italia». Ecco io parlerei di paradossi esistenziali non di
disegno politico. Ma anche in Grecia ci fu un colpo di stato
made in Usa, ed in Italia ci furono stragi di massa verosimilmente attribuibili
ai servizi segreti Usa, essendo quelli italiani, in modo conclamato, una
appendice di quelli statunitensi. A questo proposito, di recente si è tornato a
parlare sulla stampa della vicenda Moro e dei ruolo dei servizi segreti. Che
sia chiaro che la mano dei servizi segreti nel rapimento Moro è stata
intravista da una serie di autori che hanno pubblicato opere ben documentate a riguardo
a partire da Sciascia che scrisse “L’affaire
Moro” a ridosso degli eventi essendo nella commissione d’indagine del
parlamento italiano sul caso Moro. Recentemente, dicevo su diversi giornali si
è tornato a parlare di questo caso per una lettera di un poliziotto che
trattava della moto Honda con a bordo due agenti del servizio segreto italiano
agli ordini del colonnello Guglielmi. Voglio riportare, estraponendola di
proposito dal contesto una parte breve e assai significativa di un intervista
da “Il Fatto Quotidiano” del
26.3.2014: <<L’AmeriKano di Cossiga: “In via Fani c’era una ronda dei
Servizi” >>. Poi nell’interno a pag. 16 un’intervista telefonica di Marco
Dolcetta a tale Steve Pieczenik in cui costui afferma “Mi dispiace che sia dovuto morire ma,
in realtà in termini di strategia, la sua morte è stata uno degli elementi
chiave per la strategia adottata. Sono uno psichiatra laureato ad Harvard,
poi chiamato da Henry Kissinger a ricoprire la carica di assistente alla
Segreteria di Stato per dare vita a un nuovo organo statale, un Dipartimento
per il controllo delle Crisi Internazionali e per il controterrorismo.” Quindi
Pieczenik ritine che “in termini di strategia, la sua morte è stata uno degli elementi chiave
per la strategia adottata”. Sono
parole che si commentano da sole senza per questo voler attribuire al dott.
Pieczenik nient’altro che una constatazione derivante da una analisi che
condivido appieno, ossia che la morte di Moro era l’esito obbligato insito
nella strategia di chi ha progettato e diretto, sotto gli occhi attenti degli
uomini dei servizi segreti a bordo di una Honda e dello stesso colonnello
Guglielmi, verosimilmente, il rapimento , convinto che nei giorni della lunga
prigionia si sia giocata la partita definitiva che verosimilmente vedeva diviso in due il “partito del golpe e
del rapimento” essendo convinto che gli ambienti della Dc non erano affatto
estranei al rapimento, e che deve essere stato motivo di frizione al loro
interno la decisione di ucciderlo o meno. Ma come dice Pieczenik, al servizio
di Kissinger, “la sua morte è stata uno degli elementi chiave per la strategia adotta”. Il che vuol dire tradotto in
parole semplici, che date le premesse, in funzione degli obiettivi che si
volevano raggiungere col rapimento, Moro non poteva che essere ucciso,
altrimenti la sopravvivenza dello sfortunato leader della DC avrebbe
compromesso il tutto, rendendo vano, anzi controproducente, il rapimento
medesimo. Quindi Berlinguer che sicuramente avallò l’idea che il delitto Moro
era finalizzato a scongiurare il nascente governo DC-PCI aveva la prova provata
che in nessun modo, nei paesi di “sfera d’influenza” Usa i comunisti potevano
andare al governo. Un motivo in più, secondo logica, di rivedere quell’assurda
posizione sulla Nato che ho richiamato prima. La DC, infine, nel periodo della prigionia di
Moro, sostenendo la impossibilità della cosiddetta “trattativa” con le
sedicenti Br, per motivi di principio, affermava evidentemente il falso atteso
che quel partito, ad esclusione di questioni legati alla fede cattolica e agli
interessi del Vaticano, ispirava la sua azione politica ad un pragmatismo
estremo che mal si conciliava con la rigidità inconsueta con cui affrontò la
questione della trattativa con le sedicenti Br su Moro. E questo a partire da
due considerazioni: la prima è che a politici navigati non poteva non venire
neppure il sospetto che altri si nascondessero dietro la sigla delle Br, e che
pertanto doveva risultare prioritario risolvere il dubbio; la seconda è che
anche sotto il profilo della fede cattolica, il valore della vita umana si
vuole sia preminente su ogni calcolo di tipo politico e istituzionale. Non a caso
il Vaticano fu molto possibilista a riguardo e non a caso di lì a poco, quando
le sedicenti Br rapirono l’assessore regionale alla Campania, Ciro Cirillo per
la cui liberazione la DC largheggiò oltre misura, tanto le Br centravano poco
in un caso e nell’altro, solo che nel caso di Cirillo, verosimilmente, centrava
più la camorra che i servizi segreti; del resto i confini tra queste
organizzazioni non sono ben tracciati. In tutto questo Berlinguer schierò
rigidamente il Pci sulle posizioni ufficiali della DC coprendone di fatto le
contraddizioni interne, con evidente cinismo circa la sorte del leader
democristiano. Ora per me è evidente che
nel quadro politico così tratteggiato, anche il discorso sulla “questione
morale” così apprezzato ancora oggi fu depistante. Con quel discorso, di fatto
si allargava sfumandolo all’infinito, la medesima questione morale dal momento
che non faceva i nomi responsabili di quel sistema di potere tanto
drammaticamente imperniato sulla corruttela atteso che essi notoriamente erano
all’interno della DC più il PSI. A costoro inoltre, perfino moralmente andava
chiesto conto della vicenda di Aldo Moro. Ma Berlinguer non fece nulla di tutto
ciò, al contrario tutto il suo operato in modo conseguente, è leggibile solo e
soltanto se lo si inquadra in un disegno di sportare il Pci su posizioni di
estrema subalternità alla Dc, sino al punto da chiudere qualsiasi spazio
politico nel paese che non fosse inscrivibile in questa strategia. Strategia
indubbiamente suicida sotto il profilo politico sino a far venir meno perfino
sotto il profilo logico e culturale, la necessità dell’esistenza di un partito
comunista in Italia. Dopo la sua morte, Natta che gli successe alla segreteria,
tentò di riparare in qualche modo senza riuscirvi, perché il danno ormai era
fatto ed era irreversibile. Del resto c’era un garante, un burattinaio che
tirava le fila di tuta la politica del Pci tra i dirigenti di allora che,
rispondeva al nome di Giorgio Napolitano. Infatti fu in quel periodo che le
leve reali del potere nel partito confluirono nelle mani dei “colonnelli” i
vari Veltroni, D’Alema, Occhetto, Fassino e via discorrendo, che resero
esplicito quel che era insito nella politica di Berlinguer, ossia la cassazione
de Pci dal panorama politico italiano e internazionale. Dopo Berlinguer, in
Italia non fu più possibile neppure ipotizzare utopisticamente la possibilità
di uno sviluppo storico ulteriore in cui l’economia e i rapporti sociali
fossero improntati ad una diversa visione del mondo. In realtà agli equilibri
sociali è funzionale il fatto che una parte della popolazione possa credere in
un mondo migliore, sia pure come mera ipotesi, come compensazione psicologica,
che col venir meno della ipotesi del socialismo, sia pure come luogo utopico o
comunque lo si volesse intendere, sembra paradossale ma è un fatto di
stabilità, mentre il venir meno di tutto ciò ha lasciato spazi incontrastati
alle destre che paradossalmente, come idea di futuro hanno riproposto il mantra
della rivoluzione liberale, quasi che in Italia ci sia mai stato davvero il
socialismo. Così ora risulta conservatore chi sostiene i diritti del mondo del lavoro,
e innovatore chi sostiene il pareggio di bilancio dello Stato come valore da
mettere in costituzione e i lavoratori non più come persone ma come mere appendici
dei processi produttivi. Con Berlinguer ebbe inizio la deriva politica che ha portato
a tutto questo, salvo poi a diventare icona di quella sinistra che non c’è, ma
tant’è siamo in Italia.
mercoledì 12 marzo 2014
Renzi, un format di Mediaset
Riprendo, nonostante propositi d’altro segno, a
trattare di questioni legate all’attualità politica. Ieri l’altro la Camera dei Deputati, a scrutinio segreto,
ha bocciato tutti gli emendamenti alla legge elettorale che consentivano una
qualche riserva di seggi parlamentari alle donne, che sono, è giusto ricordarlo, “la
metà del cielo” come diceva Mao, oppure, più prosaicamente la metà
dell’elettorato italiano. Si possono avere tutte le riserve, ed anch’io ne ho,
sul metodo proposto per riequilibrare la rappresentanza in parlamento dando
alle donne ciò che è dovuto ma non è su
questo che mi preme argomentare in questo post. Non è in questa sede, ripeto, che voglio approfondire ila questione specifica,
ma la decisone della Camera al riguardo è davvero grave, e lo è sotto diversi
profili, perché non è neanche esatto dire che lascia le cose così come sono,
perché le peggiora. Le modifiche costituzionali
che si stanno profilando sono un ulteriore avvitamento della crisi istituzionale e socioeconomica in
atto. Non è solo la rappresentanza delle
donne che è in gioco, ma il diritto all’intera popolazione di essere
rappresentata in parlamento, continuando con il massacro di democrazia iniziato
nell’ultima parte del secolo scorso, quando è cominciata a passare l’dea,
condivisa da tutto il ceto politico, che la “governabilità ” in Italia era impossibile per via di istituzioni
obsolete. Sono intervenute modifiche
istituzionali anche pesanti ma la situazione è peggiorata, e allora anziché
prenderne atto, come si converrebbe a persone in buona fede, si perpetua l’inganno becero, per me fonte di
frustrazione, di voler far credere, che l’incapacità mista alla non volontà del nostro ceto politico, della “casta”
secondo la fortunata espressione di Sergio
Rizzo e Gian Antonio Stella, di amministrare convenientemente l’Italia dipenda
da impedimenti istituzionali, che
frapporrebbero ostacoli ai loro disegni che si vorrebbero improntati a efficienza e competenza. La
realtà di tutti i giorni ci dice che essa, “casta”, mente, e che i loro disegni
politici tutelano la criminalità organizzata e gli interessi euroatlantici.
Facendo un passo indietro, rilevo che ormai è passata nel dimenticatoio la
sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima, finalmente, la
legge con cui si sono elette le Camere nelle ultime consultazioni. Del resto,
che illegittima fosse questa legge detta perfino “porcellum” è sempre stato un dato evidente a tutte le
persone in buona fede, anche a chi, come il sottoscritto, non è certamente un
giurista. Mi sono, su questo blog, meravigliato perché la cosa non fosse
evidente ai più già da tempo. E’ vero che la stessa Corte ha escluso,
ovviamente effetti retroattivi, ma di qui a spingersi sino alla approvazione di
leggi elettorali che vanno nella stessa
direzione, ossia con premio di maggioranza già dichiarato incostituzionale,
delle legge abrogata, ce ne vuole. Ma questo parlamento fa di più, ossia si
propone di modificare la Costituzione in forza di un premio di maggioranza
dichiarato illegittimo. Va da se che il conflitto tra gli interessi sottostanti
queste “riforme” e gli interessi generali
della popolazione italiana, è abissale e di allarga sempre più. Ormai ci si avvicina ad uno stato
dittatoriale del tutto analogo a quello fascista. Si parla di abolizione del Senato ma si deve
intendere correttamente abolizione della rappresentanza. Intanto il Senato non
è abolito ma trasformato, non sarà elettivo, quindi non sarà rappresentativo di
alcunché, ma continuerà ad avere un ruolo importante. Solo
che sarà riservato a chi è già entrato
nella “casta” per altre vie, rafforzandone così il ruolo e i privilegi; ne
risulterà perfino ostacolata la permeabilità, per il venir meno appunto di una
occasione di ingresso. A tale venir meno si deve aggiungere l’effetto della conferma del meccanismo di nomina dei candidati
alla Camera rimanente, e in più una alta soglia per l’ingresso di nuovi
partiti, e il famigerato premio di maggioranza, per nulla attenuato, dal
possibile ballottaggio, che avrebbe una sua plausibilità tra forze che hanno
superato il 40% così per dire, dei voti. Del resto il trucco è questo, perché stante il
dominio di Berlusconi sulle televisioni in Italia la vittoria nel ballottaggio
è cosa fatta. La cronaca ci dice che la minoranza del PD è in agitazione, e il
mio commento è: meglio tardi che mai. E
tuttavia aggiungo pure, proseguendo sulla falsariga dei detti popolari che: chi
è causa del proprio male pianga se stesso. L’attuale minoranza del Pd, era
maggioranza sino a poco tempo addietro, è stata a suo tempo anche maggioranza
di governo, ma non ha mai voluto regolare il conflitto di interessi di
Berlusconi. Proprio in questa legislatura, ai suoi inizi si è manovrato per
emarginare i 5S dall’”arco
costituzionale” atteso che erano loro i difensori residuali della costituzione vigente,
e il ruolo di Bersani resta da chiarire, perché è per me evidente che si è
prestato al gioco, perché è chiaro che Berlusconi fuori dal controllo delle tv
è un signor nessuno, e invece si sono volute le “larghe intese” mentre verosimilmente con un accordo serio
con Grillo, e non con le pagliacciate e gli ultimatum con cui Bersani si è
approcciato a M5S, si sarebbero potuti regolare il conflitto di interesse di
Berlusconi, ossia, detto chiaramente, sottrargli il controllo delle tv, e poi
magari con una nuova legge elettorale chiaramente e inevitabilmente
proporzionale, si sarebbe potuto andare a nuove elezioni, ma dopo aver svoltato
effettivamente Ora come sempre avviene in questi casi, Berlusconi in tutta “riconoscenza” dà loro il benservito
e li licenzia tutti, i Bersani, Cuperlo, Bindi, Fassina e compagnia bella, perché una delle conseguenze neppure
secondarie di quel che sta accadendo, è che vanno tutti a casa. Per questo
insorgono, e non per altro, e tuttavia mi auguro che in Senato il piano di
Verdini (altro che piano Solo di antica memoria, con relativo rumor di sciabole)
vada in fumo, e ciò sarebbe fattibile in
virtù della truppa grillina e dell’assenza di premio di maggioranza nelle elezioni del
senato, senza di che non ci sarebbe
partita possibile. Questo è il quadro politico e istituzionale al giorno d’oggi.
Il mio rammarico deriva dal fatto che questo quadro viene da lontano, in
attuazione di disegni politici che attraversano governi di diversa composizione
e legislature di segno “opposto”, senza
che nessuno gridi allo scandalo. Di recente mi è parso di assistere su fb ad un
dibattito sulla equiparazione tra democrazia e sistema dei partiti. Orbene
invito a riflettere: abbiamo ancora un “sistema dei partiti”? . Pare a me che
esso sia tramontato con la prima repubblica, perché partiti potevano definirsi
la DC, IL PCI, IL PSI, e viva via tutti gli altri, anche il PRI di La Malfa o
il PSDI di Saragat e Nenni. Ma i “partiti” di oggi possono ancora definirsi
tali? Fanno ancora sistema? Hanno una qualche forma di democrazia interna?.
Onestamente non credo, ma soprattutto credo sia vero che non fanno sistema. Non ce né è più nessuno di livello nazionale
degno di questo nome. Il Pd è un insieme di potentati locali con correnti
differenti che agiscono nello scenario nazionale, solo a tutelare i loro
particolari interessi, senza neppure la parvenza di un proprio progetto
autonomo di gestione della “cosa
pubblica” che in Italia ormai è cosa ormai privatissima, il primo ad introiettare in Italia il metodo delle “primarie” che dovrebbero
supplire alla assoluta mancanza di democrazia interna, verosimilmente ne
decreteranno la fine. Con l’ascesa di
Renzi, il cui successo non è certo legato a meriti politici, di cui non c’è
traccia, ma al successo mediatico dello stesso format che ha visto il successo
di Berlusconi, in quanto personaggio, che di politica si occupa poco, in tutt’altre
faccende affaccendato, per cui la politica per lui coincide perfettamente con i
suoi interessi aziendali. Renzi, con tutta evidenza è la riproposizione dello
stesso format televisivo, e grazie a lui il Pd ha perso persino una sua identità
che in qualche modo i vari D’Alema, Veltroni, Bersani e compagnia bella erano
riusciti a costruire. La vicenda delle elezioni del presidente della repubblica
e ora la vicenda delle cd “quote rosa” nella legge elettorale, stanno
“strappando” quella identità che pure
conservava. Forza Italia, notoriamente e
innegabilmente, a voler essere in buona fede, non è una associazione di liberi
cittadini ma una organizzazione privata di un criminale sulle cui attività, il
sospetto è legittimo, non è stata fatta ancora piena luce, né mai lo
sarà sotto il profilo giuridico, avendo noi un ordinamento concepito di
proposito perché non scalfisca
determinati interessi criminali. M5S. nega di essere un partito, anche se di
fatto lo è, e tuttavia qualche riserva sul suo essere partito pure lo
legittima. Degli altri partiti non mette conto parlarne perché sono ATI, ossia
Associazione Temporanea di Impresa, di
modo che è difficile parlare di “sistema dei Partiti” perché tutti insieme non
fanno sistema appunto, non hanno le medesime possibilità di affermazione ne
hanno il medesimo potere. L’unico partito dotato di potere effettivo, ben al di
là del suo consenso elettorale, è Forza Italia, che avendo il dominio
incontrastato della televisione è in una condizione di supremazia di fatto. Il lavoro che è stato assegnato a
Renzi consiste nel consentire a tutto
ciò che serve per “legittimare” , anche sul piano formale, tale dittatura di
fatto. Nonostante tutte le mie riserve che ho espresso e che mantengo nella
sostanza, alle prossime elezioni europee voterò M5S, perché, almeno in
apparenza, mostra di aver compreso la situazione e di volerla contrastare non
so ancora con quanta coerenza, ma, al momento del voto, non vedo alternative
possibili. L’astensionismo è di fatto un voto conforme al sistema che aborro;
le liste di sinistra, quella “sinistra che non c’è” , appunto come mi piace
definirla, non pare lontanamente in grado di capire la situazione, e
soprattutto non si fa scrupolo di partecipare a un gioco truccato senza neppure
denunciarle con forza il trucco. Almeno Grillo capisce che il problema delle tv
è un problema imprescindibile. Chi mi conosce sa che di mio, non ho mai creduto
al parlamentarismo. La democrazia ha bisogno di elaborare altre forme di
organizzazione, perché quelle sin qui sperimentate, sul piano della democrazia
reale è fallimentare, è la cosa è perfino nota dalla fine dell’800, ma la
“sinistra che non c’è” e che oggi la si vorrebbe tale, pare non ci abbia mai fatto caso. Tornando
all’attualità, in Italia, la lista Tsipras, già afflitta da problemi interni, basandosi su personaggi che hanno
dato cattiva prova di sé, sul piano politico, mi pare condannata all’impotenza. Comunque a proposito
di M5S, mi ripeto, trovo assolutamente distorcenti le campagne mediatiche
“contro” condotte anche su Fb, da amici che in qualche modo considerano ancora
esistente la sinistra in Italia, negando
l’evidenza, e riconoscendosi nel mondo politico che si è dipanato dal
vecchio Pci. Credo di aver già argomentato a riguardo su questo blog, e sono
sempre disposto a ritornare sull’argomento. Ho votato SEL in passato e Ingroia alle ultime politiche.
Ingroia ha chiuso e SEL sta per
chiudere; quanto pare è motivo di tensione all’interno
della lista Tsipras , cui ha aderito. Concludendo voglio solo precisare che non
intendo speculare, con ciò che ho detto qui, sui problemi giudiziari di Nichi Vendola, che esulano dalle mie motivazioni di
voto, avendo, persino sul piano personale rimostranze concrete legate alla
vicenda En.A.I.P che attende ancora la sua naturale e tragica conclusione, e in
cui la Regione, così apprendo da avvocati cui mi rivolgo, ha responsabilità
precise sul piano giuridico, nel senso che, con beneficio d’inventario, tocca
alla Regione Puglia commissariare l’En.A.I.P e liquidare i creditori, forse non
in via esclusiva, ma di fatto nessun altro è nelle condizioni di farlo, che
sono prevalentemente ex dipendenti a cui non furono corrisposte svariate
mensilità nell’ultimo periodo di
attività. Tuttavia
tengo a dire che mi paiono assolutamente strumentali i problemi
suscitati dalle vicende legate alla nomina di un primario di ASL, mentre vedo qualche ombra reale in quelli
legati alla vicenda Ilva. Devo comunque rilevare che nonostante tutto, la Regione Puglia non potesse fare di più
sulla vicenda Ilva, essendoci governi nazionali pronti a decretare
d’urgenza per proteggere i Riva.
sabato 27 luglio 2013
Lo srtrano Paese
In realtà il vocabolario, o meglio ancora la
distorsione provocata dai media dei significati originari delle parole, priva
quasi del tutto chi come me, vorrebbe poter trasmettere sensazioni di rabbia,
di sgomento, per quello che accade. Trovo del tutto disarmante la capacità di
questo “sistema” di metabolizzare di
tutto, di sfornare ad ogni piè sospinto, personaggi, neologismi e perfino eventi
“non eventi” perché intrisi di nulla se
non delle chiacchiere, una volta definite da bar o sala da barba, ma che ora campeggiano
sulle prime pagine di giornali di grande tiratura, e perfino nelle sedi
parlamentari. Le tragedie vere restano sullo sfondo, sotto gli occhi di tutti,
perfino ostentate a volte, con la consapevolezza che pure l’ostentazione delle
tragedie contribuisce a “naturalizzarle” a farle apparire, cioè, come inserite
nelle pietre e nella natura che ci circonda, in modo che vengano percepite dai
più con piglio fatalistico e quindi considerati inevitabili. Non c’è antidoto a questa corrosione
strisciante, pur nella sua pervasività, di tutto ciò che di buono, e di
positivo si era fatto in Italia e nel mondo, dopo l’ultimo conflitto mondiale.
Sembra di stare su un piano inclinato su cui di deve rotolare sino ad un fondo
che, al momento non è dato intravedere. Come se fossimo in un processo a ritroso che i
più colgono come dato ineludibile e perfino progressivo. In realtà, le
coordinate della situazione politica attuale nascono, per gli aspetti di
maggior attualità, soprattutto sotto il profilo economico, a partire dalle
questioni del cd “debito pubblico”, dalle vicende già richiamate dell’ultima
guerra mondiale. Con la costruzione di quella mostruosità politica ed economica
chiamata “euro” si è di fatto invertito l’esito, acquisito drammaticamente sui
campi di battaglia di tutto il mondo, del secondo conflitto mondiale. La
Germania, sconfitta sul campo, sino alla determinazione della suo sdoppiamento,
ora è riunificata,e detta le leggi dell’economia e della politica in Europa,
seppur su delega Usa. I Paesi e le forza che determinarono la sconfitta del
nazismo, sono annientate, a partire dall’Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche, ma anche della Yugoslavia ora smembrata, che fu capace di liberarsi dei nazifascisti
senza attendere “liberatori” di sorta e per questo in grado, anche dopo il
conflitto, di perseguire politiche dette correttamente di “non allineamento”. Ora
l’Urss è tornata Russia come al tempo degli Zar, ed è gestita da dittature che
a quella del famigerato Stalin non hanno nulla da invidiare comunque la si
pensi. Si è proceduto allo smantellamento dello stato sociale con la velocità
con cui, processi analoghi, erano immaginabili solo a prezzo di eventi traumatici,
come guerre, colpi di stato e via discorrendo. In Italia le organizzazioni
legate sia alla grande criminalità organizzate,
che alle nostalgie nazifasciste, governano il paese, a dispetto di
qualsiasi esito elettorale. La sinistra è talmente smarrita da non riconoscere,
nelle sue componenti maggioritarie, nel M5S di Grillo, l’ultima flebile
resistenza al terribile “nuovo che avanza” a suon di stravolgimenti della
costituzione, che si vorrà alla fine del tutto stravolta, per codificare, ad
ogni livello, anche a quello giuridico formale, la vittoria delle forze della
grande criminalità organizzata. Ormai stufo di leggere anche su fb, post, di
pseudo militanti di sinistra, che con ogni camuffamento sostengono questo
governo delle “ larghe intese”. Stufo di
tutto ciò rinuncio, d’ora in poi, a commentare fatti di attualità politica,
consapevole che ormai non esiste più nessuna attualità in politica, se non il
rinnovarsi di recitazioni stantie con qualche personaggio “nuovo” come Renzi, che da rottamatore sedicente, si sta
trasformando nello strumento di legittimazione, sia pure nella dimensione
meramente virtuale di un sistema mediatico, della sopravvivenza di quegli
apparati, che si vorrebbero “rottamare”. Renzi, ormai, malgrado il crescente
consenso, che pare abbia, incarna
l’eterna promessa del nuovo fatto di nulla. Tutto sembra già scritto. Credo impossibile
resistere a tutto questo, ragion per cui, d’ora in poi mi sforzerò su questo
blog, di commentare, non più fatti di cronaca, ma libri,riviste, teorie, che
consentano uno sguardo più lungo, perché ormai nel breve, resta assai poco da
dibattere. Tutto questo, però se sarò capace di migliori
ritmi di lavoro “intellettuale”, atteso che l’agire politico, come insegna non
solo la storia, ma anche, se mi è permesso, la mia personale vicenda politica e
professionale, sempre stritolata tra l’ideologico imperativo del “fare” senza
riferimenti teorici di sostegno, che ho pagato a duro prezzo, sia nel corso
della militanza politica, che nelle
vicende della mia professione di “educatore” così si diceva un tempo,
ossia di un operatore che si districava, nelle contorsioni delle vicende di
vite complicate, di favorire, per il possibile, i ragazzi svantaggiati.
L’attivismo fine a sé sesso non ha mai prodotto nulla da nessuna parte, in
nessun campo. Ritengo perfino sterili, seppur doverose, le denunce di ogni
singola ingiustizia, data la loro mole complessiva,e data la incapacità di fare
sintesi da parte di chicchessia. Perfino gli atti di pura testimonianza, salvo
rare eccezioni, risultano alla fine controproducenti. Serve alzare lo sguardo e
cercare di guardare più avanti, perché nell’immediato, di questi tempi e dalle
nostre parti, temo, tutto è perduto. L’agire
deve essere volto al raggiungimento di obiettivi, e in politica questi
obiettivi, devono essere assolutamente trasparenti, coerenti, e condivisi da
coloro che affermano di volerli perseguire. Tutto ciò è mancato grandemente
nella sinistra italiana nei decenni scorsi, e credo sia il principale motivo
della sua scomparsa. Ci si è trastullati nelle vecchie pratiche del
cattolicesimo deteriore, che si possono sintetizzare nel motto: “fate ciò che
dico, ma non fate ciò che faccio”. Questa prassi inficia tutto ciò che non
deriva da un potere precostituito. Solo che intanto, voglio trascorrere questa
estate più di altre, visto che non ho più obblighi di cartellini da vidimare,
anche sotto la forma di firme da apporre su terribili registri bianchi, tra il mare della costa della Puglia
meridionale, tra Bari e Brindisi, e le pietre, le piante, il terreno di un
trullo in quel di Alberobello. Che almeno questo, insieme all’adorazione dei miei figli mi sia
concesso.
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