venerdì 4 luglio 2014

La storia e la guerra, Renzi e il partito unico. 1)

Dice Barnaba Maj, che di mestiere fa il professore universitario in quel di Bologna e si occupa di filosofia della storia: << Quante guerre ci sono state, e ci sono tuttora in atto, nella storia? Se si esamina per così dire lo statuto epistemologico della “guerra” nella storiografia, salta agli occhi un paradosso: è trattata quasi sempre in modo evenemenziale e la loro ricostruzione specialistica affidata alla storiografia tecnica.>> (Cnf. “Tempo e temporalità storica” in Discipline Filosofiche, Quodlibet ed. XXII I 2012, Presentazione). Sono convinto da tempo che il problema della storia, e di come si usa elaborarla in un determinato contesto sia un problema per nulla secondario in politica, e che non sia possibile capire ciò che ci succede se non abbiamo una idea in qualche modo vicina al vero di ciò che è successo in passato. Mai come oggi, credo, la più becera mistificazione della storia è uno strumento di potere politico, e le guerre, a volte vengono perfino chiamate “missioni di pace”. Certo si potrebbe obiettare che il potere abbia sempre mistificato la storia per suo tornaconto, ma questa mistificazione non è mai stata così profonda, al punto da mettere in crisi la disciplina della storia in quanto tale. Per questo nel settore della filosofia della storia vi è un grande fermento che a me pare sintomatico della sua crisi per altro percepita come tale dagli stessi studiosi del settore. La vita dell’umanità si snoda su un percorso che ha una sua logica, per cui nel passato ci sono le premesse per ciò che succede nel presente, e che non sia possibile analizzare i fatti che succedono e che sono successi senza comprenderne le concatenazioni logiche che li legano tra loro. In linea generale viviamo un tempo in cui il domino delle idee, o gli interessi che sottostanno alle idee che vanno per la maggiore, impediscono di cogliere queste concatenazioni. Tornando alla citazione iniziale di Barnaba Maj, si può osservare che, almeno nella situazione italiana, non solo le guerre, ma anche le stragi, i delitti eccellenti, sono trattati con i medesimi criteri di cui parlava il Prof. Maj, come fatti estraibili dal contesto e quindi appunto evenemenzialmente. Altro problema non c’è se non quello giudiziario, quasi che l’ordinamento giudiziario, fosse anche perfettamente funzionante e non lo è, notoriamente, possa risolvere di per sé, problemi attinenti altre sfere della vita politica e sociale. Nella generalità dei casi manca la riflessione sul ciò che consegue da determinati fatti, quali appunto quelli cui mi riferivo. Ora, tanto per dire, ormai c’è una produzione teorica in diversi campi, ne parlano filosofi, storici, sociologi, psicologi, che sottolineano come si sia perso, nella cultura postmoderna dominate, la capacità di capire il passato forse perché, mi verrebbe da dire, abbiamo perso la capacità di percepire correttamente il ritmo del tempo che passa, che è quello che consente il sedimentarsi dei fatti storici a causa, se vogliamo, degli effetti del nostro vivere immersi nella nevrosi indotta  mondo dei media, al cui interno si percepisce malamente il ritmo naturale della vita, l’alternarsi di giorno e notte, e per i più, tra coloro che anno diritto di cittadinanza,  perfino la capacità di sperimentare direttamente le quantità di  lavoro fisico per compiere gesti “naturali”.  Dice in un verso di “Lettera” il grande Guccini “C’ è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo dopo una corsa” E quindi, tornando al problema della guerra, non siamo in grado di analizzare correttamente le guerre del passato, e conseguentemente non siamo in grado di cogliere le conseguenze che si ripercuotono nel presente. Le due guerre mondiali non si sottraggono a questo destino. Intanto vengono spesso rappresentata nelle ricostruzioni giornalistiche destinate spesso a trasmissioni televisive o a DVD o alla carta stampata nelle occasioni delle ricorrenze che tali eventi dettano, tipo il 6 giugno, anniversario appunti dello sbarco angloamericano in Normandia del 1944, superbamente celebrato con dovizia di assistenza mediatica, come eventi disconnessi tra loro. E tuttavia anche al di fuori di questi contesti, come problema nel problema, c’è una propaganda persistente, ora più vistosa ora più discreta, in cui il motivo dello sbarco angloamericano in Normandia viene segalato come l’episodio che segnò la svolta nel conflitto mondiale e che determinò l’assetto democratico dell’Europa occidentale. A scanso di equivoci non credo sia sostenibile una tesi per cui tali eventi siano indifferenti sul corso degli eventi che seguirono, al contrario; solo che la loro importanza va collocata diversamente da quanto di voglia far credere.  Comunque, tornando al tema, in modo ancora più sottile e pervicace, l’attività di propaganda ottiene il risultato di far credere che le guerre sono considerati eventi meramente catastrofici, eccezionali, epocali, ora dovuti alla follia di Hitler, nel caso della seconda, ora a passaggi d’epoca come nella prima, scambiando così la causa per l’effetto, ma sempre legate a cause eccezionali e straordinari, e per ciò stesso irripetibili, o non riproponibili nel mutato contesto odierno. Va da sé che siano davvero irripetibili nelle medesime forme, ma non nella sostanza. Le due guerre mondiali, per esempio, vengono generalmente percepite come inserite in epoche storiche profondamente diverse tra loro. Eppure tra i due eventi intercorrono 31 anni calcolati dall’inizio della prima alla fine della seconda, che costituiscono un lasso di tempo perfettamente racchiudibile nella esistenza di un individuo in età di ragione. Una persona, poniamo, che avesse vent’anni nel 1914, posto che sia sopravvissuta alla guerra stessa, ne ha cinquantuno nel 1945. Difficile, in un contesto più obiettivo, sottrarsi alla sensazione che vi sia un nesso tra i due eventi, quasi che gli “accordi di pace” siano sempre in grado di chiudere definitivamente ogni tipo di contenzioso e di problema insito nel conflitto stesso, e segnano per l’appunto, “cambiamenti epocali”.  Per carità, ora non voglio sostenere che il nesso tra le due guerre non sia stato preso in considerazione da nessuno, al contrario, solo che l’argomento è rimasto in un ambito elitario, che non rientra molto nelle numerose vulgate, si sarebbe detto un tempo, sulle cause della seconda guerra mondiale cui accennavo prima, in pratica non ha nessuna incidenza sulla politica di oggi, che è quello che per me conta. Invece i cardini della divulgazione della storia è incentrata sulla presenza “provvidenziale” degli Usa che hanno liberato l’Europa dal nazismo, disinteressatamente e per amore della libertà e della democrazia e, al contempo, demonizzare l’Unione Sovietica e di Stalin, spesso rappresentato come una sorta di equivalente ideologico del nazismo.  Ora, a ben riflettere c’è stato un prima e un dopo che accomuna le due guerre, ed è proprio il ruolo degli Usa nell’Europa e nel mondo. Le due guerre hanno rappresentato un volano potentissimo per l’economia Usa che si è avvalsa in primo luogo della non trascurabile circostanza di avere il proprio territorio al riparo dalle distruzioni proprie dei teatri di guerra come lo furono l’Europa e l’Asia, e poi in secondo luogo per i crediti, ovviamente vantaggiosi che gli Usa elargirono a piene mani. Di pari passo le due guerre hanno determinato un forte ridimensionamento delle economie europee e del relativo peso politico internazionale, si pensi al ruolo che aveva la Gran Bretagna prima delle due guerre e a quello decisamente residuale che ha avuto dopo le due guerre. Ora la Gran Bretagna è una sorta di costola volontaria degli Usa. Approfondire e rendere teoricamente dignitoso questo tipo di riflessione, credo, gioverebbe a rendere meno evenemenziale il discorso storico sulla guerre, giuste le teorie di Maj. Certo vi è un fenomeno politico ed economico parallelo, che riguarda il fenomeno dell’Urss e della Cina, che hanno registrato grandi progressi economici anche durante le guerre, pur avendo i propri territori coincidenti, almeno in gran parte, col teatro delle operazioni belliche, e al di fuori di qualsiasi gioco economico tendente ad aspirare risorse da altri territori, come appunto fecero e fanno i paesi dell’Europa occidentale. Quel che conta è rappresentare ciò che accadde, a proposito della seconda guerra mondiale, anche a rischio di contraddire i fatti che pure correttamente si rilevano, non sempre a dire il vero, come la dimostrazione di quintessenza di potenza e al tempo stesso di democrazia degli Usa relegando tra parentesi, come fosse cosa di poco conto le incertezze iniziali nei confronti di Hitler condensato nel cd spirito di Monaco da parte delle democrazie occidentali. Ormai è richiesto una particolare dose, al momento della loro interpretazione, di onestà intellettuale, per concludere che alle suddette democrazie occidentali stava bene il regime hitleriano, a patto che si limitasse ad espandersi verso oriente, ossia verso l’Unione Sovietica. Ricordo, principalmente a me stesso, che la conferenza di Monaco si tenne il 29-30 settembre 1938 tra Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania e stabilì l’annessione dei Sudeti, territori della Cecoslovacchia, alla Germania, mettendo di fronte al fatto compiuto tanto l’Unione Sovietica, ovviamente contraria, quanto e soprattutto la medesima Cecoslovacchia, paese che pure gravitava nell’orbita di influenza occidentale. Con ciò stesso svanirono le possibilità di una alleanza militare di Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica contro la Germania, con il tenue alibi della opposizione di Polonia e Ungheria al passaggio delle truppe sovietiche, condizione necessaria per stroncare sul nascere ogni velleità aggressiva da parte hitleriana, così come chiesto ripetutamente dai sovietici medesimi. Ma, con tutta evidenza, non era questa la prospettiva più auspicabile per gli interessi occidentali, per i quali invece l’aggressione tedesca alla Unione Sovietica era l’opzione migliore, come confermano i fatti che seguirono tant’è che lo sbarco degli alleati in Normandia nel ‘44 avvenne quando l’aggressione nazista all’Unione Sovietica si era già concretizzata in una catastrofe per la quantità e qualità delle forze militari impegnate e relativi costi, non solo economici. In pratica l’invasione dell’Unione Sovietica esaurì irreversibilmente il potenziale bellico hitleriano.  Sicuramene la storia non si fa con i se e con i ma, e tuttavia è lecito supporre che in caso di vittoria tedesca a Stalingrado, lo sbarco in Normandia si sarebbe svolto, posto che se ne ravvisasse ancora la necessità, in ben altre condizioni. L’importante per gli Usa è che ci fosse una guerra in Europa, la terra di un potenziale concorrente economico in grado si soverchiarli, in applicazione del classico detto: divide et impera. Gli sbarchi alleati in Italia e in Francia, quindi, a ben vedere, furono effettuati per prevenire l’occupazione sovietica dell’Europa, e non fu una manifestazione della ispirazione democratica e antinazista delle potenze occidentali.  La lotta la nazismo, se vogliamo dirla tutta, non era cosa che interessasse davvero gli alleati, al contrario è lecito supporre che una vittoria tedesca avrebbe sicuramente portato ad una situazione europea perfino più accettabile per gli Usa, non una “prima scelta” ma un ripiego plausibile. Il suo limite non era dato dai campi di concentramento o dai livelli di oppressione interna ma dalle sue pretese di supremazia internazionale. Le cd “democrazie liberali” erano più compatibili col nazismo di quanto non si dica. Le riprove abbondano, dato che i gerarchi nazisti trovarono rifugio in paesi del Sudamerica, all’epoca sotto stretta egemonia Usa, e in Italia non furono praticamente mai perseguiti, e, grazie anche al comunista Togliatti, non ci fu nessun tipo di epurazione nelle forze armate e negli apparati dello stato, di modo che lo Stato italiano, solo retoricamente può dirsi come “nato dalla resistenza”, non a caso questa espressione la si usa esclusivamente per la Carta Costituzionale; al contrario nelle fabbriche, Fiat in testa, l’epurazione dei comunisti e dei partigiani ci fu. Inoltre la vicenda di Kappler è una conferma di questo assunto e non lo contraddice per nulla. Pertini, per fare un altro esempio, negli anni della sua presidenza rivendicò la sua partecipazione alla decisione politica di condannare a morte Mussolini, non per ansia di vendetta, ma perché era noto che gli inglesi avrebbero voluto “riciclarlo” nella vita politica italiana. Quindi, tornando alla politica in Italia la doppiezza è quasi d’obbligo; bisogna essere democratici di facciata, salvo poi, in concreto a ispirarsi a principi di segno opposto. Per esempio, in Italia siamo stati governati, democraticamente, si fa per dire, da un partito che si chiama “Lega Nord” sedicente secessionista, nonostante la Costituzione, ha attuato in collaborazione con Berlusconi, politiche razziste, con profondi legami con la criminalità organizzata, con politiche economiche assolutamente recessive, asservite all’Euro, ossia alla Germania riunificata. Una forza che, sul piano istituzionali, ha cercato e cerca di uniformare in tutto e per tutto l’Italia agli Usa, senza che nessuno percepisse la ridicolaggine del “federalismo” all’italiana e il suo essere appunto una giustapposizione senza radici nelle storia e nelle esigenze reali del paese, avendo ricevuto, su questo anche il pieno appoggio del Pd, tant’è che si sta dibattendo di una riforma del Senato di cui quasi nulla si capisce tranne che si vuol reintrodurre l’autorizzazione a procedere per i senatori che non avrebbero, nell’ipotesi in discussione, neppure la dignità di essere “eletti del popolo”.   Un Paese che si vuole indipendente ma tale non è e non lo è in misura assai maggiore di quel che comporta una normale collocazione in una “sfera d’influenza” perché non abbiamo il controllo totale ed esclusivo delle forze armate, non abbiamo il potere di battere moneta. Certo il discorso è lungo e qui viene solo abbozzato ma credo sia assai pertinente. Altra questione assai importante che discende sempre dalla situazione politica creatasi al termine della guerra, è che in Italia vi è una integrazione del mondo criminale in alcune leve di comando dello stato a cui ci siamo assuefatti al punto che  nessuno, in tema di collusione tra ceto politico e criminalità organizzata, considera che le persone non si possono scindersi in più parti, e che se un delinquente ricopre ruoli politici può farlo esclusivamente nell’interesse suo privato delinquenziale. Su questi aspetti in Italia vi è una tolleranza che va oltre ogni logica, infratti riscuoto successi elettorali formazioni politiche il cui rapporto con la criminalità è conclamato, e questo perfino al netto del condizionamento dei media che pure è fortissimo e costantemente sottovalutato “a sinistra”. Ma tornando alle questioni internazionali va rilevato che politiche di dominio Usa nel Sudamerica fino a tutti gli anni ’80 furono improntate a criteri apertamente replicanti il sistema hitleriano. Nell’ Europa del dopoguerra, gli Usa furono i principali ispiratori dei colpi di stato del 1967 in Grecia, per non parlare della situazione italiana del dopoguerra, dalle strategie stragiste all’ affair Moro di cui mi sono già occupato in questo blog parlando di Berlinguer, il segretario comunista filoatlantico. Comunque a proposito della Grecia, nessuno ricorda che dal 1946 al 1949, in pieno dopoguerra la democratica Gran Bretagna intervenne militarmente con mano pesante per affossare la legittima repubblica greca nata con la resistenza, quella sì, davvero autonoma da tutti egemonizzata dai comunisti, senza che nessuno intervenisse in suo favore, neppure quel cattivone di Stalin che evidentemente prendeva sul serio gli accordi internazionali, e precisamente quelli di Yalta, per la circostanza. Detto banalmente la questione è ancora oggi, più ancora che nel recente passato, oggetto di propaganda ideologica tambureggiante, nei media, nei discorsi ufficiali ma anche in quelli ufficiosi. Tornando alle questioni teoriche che con queste sono strettamente intrecciate, credo sia utile citare Frank Ankersmit, membro della reale accademia olandese, il quale, riflettendo sui destini della storia come disciplina dotata di un proprio statuo che la rende scienza tra le altre scienze umane cita l’esempio del ricorso al “giorno della memoria” come esempio di un processo di “privatizzazione” della storia medesima, la cui ricerca nel recente passato, era assimilabile ad una costruzione imponente a cui ogni ricercatore apporta un contributo  paragonabile alle pietre che, una sull’altra, fanno una grande opera architettonica, dotata comunque di unicità. Ora invece la ricerca storica sembra essersi trasformata in una caccia al tesoro, dove tutti si impegnano, poco importa la specifica competenza, per trovare il “tesoro” appunto ciò che si vuol ricercare, e che, puntualmente viene trovato, anche se, in questo modo ogni ricerca è un fatto in sé, non sempre o quasi mai ricollegabile ad alle ricerche altrui, ad un impianto che consenta a tutti, o ai più, di ritrovarsi nel medesimo processo che chiamiamo appunto storia. Jörn Rüsen, è un altro studioso il quale rileva nella prassi del “giorno della memoria” analogo inganno perché, a suo dire, tale prassi serve a dare un senso con criteri soggettivi che rendono impossibile una condivisione generalizzata della interpretazione degli eventi oggetto di tale discutibile prassi, sino ad affermare: “Il ricordo e la memoria in quanto pratiche culturali, elementari ed universali, orientano in modo vivo l’esistenza e si presenta come un fuoco che riscalda il senso storico. Questo calore, rispetto alla fredda razionalità della ricerca storica oggettiva, appare un paradiso perduto. (….) in fondo gli scienziati sanno meglio di chiunque altro che il calore del ricordo storico si raffredda durante la verifica dei suoi contenuti e della sua attitudine al vero, di cui la scienza si fa interprete.” Per essere più chiaro rileverò che c’è stato un tempo in cui anche tra intellettuali politicamente schierati, c’era un dissenso esplicito sulle interpretazioni dei fatti storici, non sui fatti medesimi. Intellettuali del tipo di Croce e perfino Gentile, non hanno mai pensato di falsificare eventi storici per fini politici, solo di dare loro una interpretazione, che certamente potrebbe risultare non accettabile, mentre ore abbondano ricostruzioni “storiche” che sono delle falsità accertabili. Nel passato, tale accusa, ossia di falsificare la storia è stata rivolta raramente, e il più importante tra coloro cui è stata rivolta è stato Osvald Spengler, su cui tornerò più avanti. (continua)

giovedì 10 aprile 2014

Berlinguer, la Nato e il film di Veltroni

Recentemente è uscito un film di Veltroni su Enrico Berlinguer, pare sia un documentario, e che stia avendo successo nelle sale. Di sicuro non l’ho visto né, come altri compagni, mi propongo di vederlo. Dirò di più; su Berlinguer è stato scritto molto, è stato girato un altro film prima di questo, ed io non ho seguito nulla di tutto ciò, e le conclusioni cui sono giunto sulla sua politica le ho maturate per aver vissuto attivamente la vita del PCI dall’1980 sino alla fine. Mi includevano perfino nel servizio d’ordine che la federazione del partito di Bari dedicava a tutti i segretari generali, compreso Berlinguer, ovviamente, ogni volta che veniva in città, prevalentemente in occasione di comizi conclusivi di campagne elettorali. Comunque i servizi d’ordine sono stati parte caratterizzante del mio impegno politico di sempre. Dirò, sapendo di andare assolutamente controcorrente, che i suoi discorsi politici non mi hanno mai convinto, al contrario, mi stupisce e continua a stupirmi l’accoglienza che hanno soprattutto “a sinistra”.  E lo dico ora tanto più che mi pare in corso una sua “santificazione” cui concorre tutto, i ricordi nostalgici di tanti compagni, il riguardo nei sui confronti di personaggi come Benigni, insomma un tam-tam che corre anche su Fb, oltra ai film e le pubblicazioni di cui ho già detto. Tale consenso mi pare stia diventando perfino trasversale, sotto il profilo politico. Insomma temo che Enrico Berlinguer stia uscendo dalla Storia, e stia entrando nel mito. Ora in estrema sintesi, e per grandi titoli,  i discorsi politici che hanno reso famoso Berlinguer, ed è il motivo per cui se ne parla riguardano essenzialmente: 1) Il compromesso storico; 2) il discorso sulla fine della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 i Russia con conseguente elogio della Nato con cui ha definito il Patto Atlantico: «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l'Italia» (intervista rilasciata a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, il 15 giugno 1976. 3) Il discorso sulla questione morale. Ad occhio questi sono gli argomenti che maggiormente risaltano, sotto il profilo politico, perché c’è anche un profilo sentimentale che coinvolse anche me al tempo, ossia le circostanze della sua morte, a seguito di un ictus cerebrale che lo colse sul palco di un comizio a Padova il 7giugno 1984. Che fosse una persona dedita al suo lavoro, ben oltre i suoi interessi personali è fatto vero, e che ciò contribuisca, mio malgrado, a mitizzarlo non ne fa certamente una falsità. Dopo di che pochi ricordano, o così a me sembra, che fu anche il promotore del referendum sull’abolizione della normativa che toglieva dalla busta paga dei lavoratori dipendenti, la famosa scala mobile, ossia la copertura parziale in automatico, dell’aumento del costo della vita. Il referendum si celebrò nel giugno 1985 un anno dopo la sua morte, con esito negativo, perché gli elettori, a riprova della loro “maneggevolezza” confermarono in maggioranza l’abrogazione di questo intelligente istituto, che andava, a mio parere, ulteriormente perfezionato. Ora, e qui apro una parentesi, nessuno ricorda più le mirabolanti prospettive in fatto di occupazione e sviluppo economico vaticinate da Craxi e dal suo governo, e dai sostenitori dell’abolizione della scala mobile sindacalisti compresi, i quali sostenevano tra l’altro, udite, udite, che il meccanismo dell’automazione toglieva spazio alla contrattazione. Sostenevano proprio questo senza che nessuno a sinistra gli venisse spontaneo osservare che la contrattazione non era il luogo del riconoscimento del ruolo del sindacato autoreferenziale, ma il luogo in cui era possibile ottenere aumenti reali della retribuzione. Con questa vicenda si determinava una politica sindacale per cui i salari potevano solo aspirare alla stabilità, non ad aumenti reali. In concreto poi sappiamo com’è finita. Da allora ad oggi i salari reali in Italia sono scesi in picchiata, al livello del “terzo mondo” di una volta, e tutti a dire che il costo del lavoro è alto, solo perché altrove ce ne son ancora di più bassi. Insomma stiamo allo schiavismo tendenziale, con punte di schiavismo autentico soprattutto in agricoltura, senza alcun beneficio per l'economia generale del Paese. Devo aggiungere  pur avendo promosso la raccolta delle firme per la difesa della scala mobile il PCI, segretario Natta, ad onor del vero, aveva di fatto esentato la CGIL dal sostenere la battaglia recitando la farsa dell’autonomia del sindacato dal partito, mentre chi ha vissuto dall’interno di quella fase sa bene che il percorso carrieristico dei dirigenti, - che formavano una casta chiusissima, autoreferenziale, e che di propagava solo e soltanto per cooptazione, essendo i congressi e quant’altro, vuote liturgie sicuramente prive di senso democratico -  era assolutamente trasversale tra partito e sindacato e Lega delle Cooperative. In definitiva un dirigente di partito all’uopo diventava indifferentemente dirigente del sindacato o della Lega e poi tornava al partito in vista, solitamente di qualche seggio nelle istituzioni ai vari livelli, e di conseguenza, le tre organizzazioni dovevano ritenersi un tutt’uno, all’epoca. Chiudo la parentesi sulla scala mobile. Come la faccenda della scala mobile pare a me che tutto fosse un coacervo di contraddizioni per me inaccettabile da chiunque voglia dirsi “di sinistra” a qualsiasi titolo, figuriamo poi se parliamo del segretario del Partito Comunista Italiano. Ricomincio, per tornare a Berlinguer, dal discorso sulla fine della “spinta propulsiva” della rivoluzione sovietica, che credo sia la chiave di volta per comprendere tutto il resto.  In realtà la crisi dell’Unione Sovietica era nota e si prestava a due opposte letture: la prima tendente a fare dell’erba un fascio di tutta la storia sovietica come se Lenin e Krusciov, per non parlare degli squallidi personaggi che seguirono nella carica di segretario generale del PCUS,  tanto per dire, fossero accumulabili in uno stesso giudizio; l’altra di segno opposto, che rilevava appunto la contraddizione tra i principi del socialismo e la loro attuazione concreta, cose che fece appunto il Partito Comunista Cinese. Berlinguer invece scelse “la terza via” ora attribuita a Tony Blair ma, se ben ricordo fu proprio Berlinguer a usare per la prima questa espressione, oppure addirittura Togliatti quando parlò di riforme di struttura, ora non ricordo bene e francamente non mi va neppure di documentarmi. Di fatto Berlinguer scelse la Nato come via al socialismo. Trovo strabiliante che nessuno colga l’enormità della contraddizione, il non senso di questa posizione. Questo è avvenuto in Italia che è davvero uno strano Paese. La Nato è notoriamente una estensione dell’esercito Usa verso l’Atlantico del nord, come recita l’acronimo - North Atlantic Treaty Organization - i quali Usa attuarono il colpo di Stato in Cile, e questo sarebbe, lo stesso evento che portò Berlinguer a teorizzare il compromesso storico. Quindi da un lato temeva la disinvoltura con cui gli Stati Uniti intervenivano negli stati indipendenti e dall’altro definiva la Nato come dicevo: «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l'Italia». Ecco io parlerei di paradossi esistenziali non di disegno politico.    Ma anche in Grecia ci fu un colpo di stato made in Usa, ed in Italia ci furono stragi di massa verosimilmente attribuibili ai servizi segreti Usa, essendo quelli italiani, in modo conclamato, una appendice di quelli statunitensi. A questo proposito, di recente si è tornato a parlare sulla stampa della vicenda Moro e dei ruolo dei servizi segreti. Che sia chiaro che la mano dei servizi segreti nel rapimento Moro è stata intravista da una serie di autori che hanno pubblicato opere ben documentate a riguardo a partire da Sciascia che scrisse “L’affaire Moro” a ridosso degli eventi essendo nella commissione d’indagine del parlamento italiano sul caso Moro. Recentemente, dicevo su diversi giornali si è tornato a parlare di questo caso per una lettera di un poliziotto che trattava della moto Honda con a bordo due agenti del servizio segreto italiano agli ordini del colonnello Guglielmi. Voglio riportare, estraponendola di proposito dal contesto una parte breve e assai significativa di un intervista da “Il Fatto Quotidiano” del 26.3.2014: <<L’AmeriKano di Cossiga: “In via Fani c’era una ronda dei Servizi” >>. Poi nell’interno a pag. 16 un’intervista telefonica di Marco Dolcetta a tale Steve Pieczenik in cui costui afferma “Mi dispiace che sia dovuto morire ma, in realtà in termini di strategia, la sua morte è stata uno degli elementi chiave per la strategia adottata. Sono uno psichiatra laureato ad Harvard, poi chiamato da Henry Kissinger a ricoprire la carica di assistente alla Segreteria di Stato per dare vita a un nuovo organo statale, un Dipartimento per il controllo delle Crisi Internazionali e per il controterrorismo.”  Quindi Pieczenik ritine che “in termini di strategia, la sua morte è stata uno degli elementi chiave per la strategia adottata”. Sono parole che si commentano da sole senza per questo voler attribuire al dott. Pieczenik nient’altro che una constatazione derivante da una analisi che condivido appieno, ossia che la morte di Moro era l’esito obbligato insito nella strategia di chi ha progettato e diretto, sotto gli occhi attenti degli uomini dei servizi segreti a bordo di una Honda e dello stesso colonnello Guglielmi, verosimilmente, il rapimento , convinto che nei giorni della lunga prigionia si sia giocata la partita definitiva che verosimilmente  vedeva diviso in due il “partito del golpe e del rapimento” essendo convinto che gli ambienti della Dc non erano affatto estranei al rapimento, e che deve essere stato motivo di frizione al loro interno la decisione di ucciderlo o meno. Ma come dice Pieczenik, al servizio di Kissinger, “la sua morte è stata uno degli elementi chiave per la strategia adotta”. Il che vuol dire tradotto in parole semplici, che date le premesse, in funzione degli obiettivi che si volevano raggiungere col rapimento, Moro non poteva che essere ucciso, altrimenti la sopravvivenza dello sfortunato leader della DC avrebbe compromesso il tutto, rendendo vano, anzi controproducente, il rapimento medesimo. Quindi Berlinguer che sicuramente avallò l’idea che il delitto Moro era finalizzato a scongiurare il nascente governo DC-PCI aveva la prova provata che in nessun modo, nei paesi di “sfera d’influenza” Usa i comunisti potevano andare al governo. Un motivo in più, secondo logica, di rivedere quell’assurda posizione sulla Nato che ho richiamato prima.  La DC, infine, nel periodo della prigionia di Moro, sostenendo la impossibilità della cosiddetta “trattativa” con le sedicenti Br, per motivi di principio, affermava evidentemente il falso atteso che quel partito, ad esclusione di questioni legati alla fede cattolica e agli interessi del Vaticano, ispirava la sua azione politica ad un pragmatismo estremo che mal si conciliava con la rigidità inconsueta con cui affrontò la questione della trattativa con le sedicenti Br su Moro. E questo a partire da due considerazioni: la prima è che a politici navigati non poteva non venire neppure il sospetto che altri si nascondessero dietro la sigla delle Br, e che pertanto doveva risultare prioritario risolvere il dubbio; la seconda è che anche sotto il profilo della fede cattolica, il valore della vita umana si vuole sia preminente su ogni calcolo di tipo politico e istituzionale. Non a caso il Vaticano fu molto possibilista a riguardo e non a caso di lì a poco, quando le sedicenti Br rapirono l’assessore regionale alla Campania, Ciro Cirillo per la cui liberazione la DC largheggiò oltre misura, tanto le Br centravano poco in un caso e nell’altro, solo che nel caso di Cirillo, verosimilmente, centrava più la camorra che i servizi segreti; del resto i confini tra queste organizzazioni non sono ben tracciati. In tutto questo Berlinguer schierò rigidamente il Pci sulle posizioni ufficiali della DC coprendone di fatto le contraddizioni interne, con evidente cinismo circa la sorte del leader democristiano.  Ora per me è evidente che nel quadro politico così tratteggiato, anche il discorso sulla “questione morale” così apprezzato ancora oggi fu depistante. Con quel discorso, di fatto si allargava sfumandolo all’infinito, la medesima questione morale dal momento che non faceva i nomi responsabili di quel sistema di potere tanto drammaticamente imperniato sulla corruttela atteso che essi notoriamente erano all’interno della DC più il PSI. A costoro inoltre, perfino moralmente andava chiesto conto della vicenda di Aldo Moro. Ma Berlinguer non fece nulla di tutto ciò, al contrario tutto il suo operato in modo conseguente, è leggibile solo e soltanto se lo si inquadra in un disegno di sportare il Pci su posizioni di estrema subalternità alla Dc, sino al punto da chiudere qualsiasi spazio politico nel paese che non fosse inscrivibile in questa strategia. Strategia indubbiamente suicida sotto il profilo politico sino a far venir meno perfino sotto il profilo logico e culturale, la necessità dell’esistenza di un partito comunista in Italia. Dopo la sua morte, Natta che gli successe alla segreteria, tentò di riparare in qualche modo senza riuscirvi, perché il danno ormai era fatto ed era irreversibile. Del resto c’era un garante, un burattinaio che tirava le fila di tuta la politica del Pci tra i dirigenti di allora che, rispondeva al nome di Giorgio Napolitano. Infatti fu in quel periodo che le leve reali del potere nel partito confluirono nelle mani dei “colonnelli” i vari Veltroni, D’Alema, Occhetto, Fassino e via discorrendo, che resero esplicito quel che era insito nella politica di Berlinguer, ossia la cassazione de Pci dal panorama politico italiano e internazionale. Dopo Berlinguer, in Italia non fu più possibile neppure ipotizzare utopisticamente la possibilità di uno sviluppo storico ulteriore in cui l’economia e i rapporti sociali fossero improntati ad una diversa visione del mondo. In realtà agli equilibri sociali è funzionale il fatto che una parte della popolazione possa credere in un mondo migliore, sia pure come mera ipotesi, come compensazione psicologica, che col venir meno della ipotesi del socialismo, sia pure come luogo utopico o comunque lo si volesse intendere, sembra paradossale ma è un fatto di stabilità, mentre il venir meno di tutto ciò ha lasciato spazi incontrastati alle destre che paradossalmente, come idea di futuro hanno riproposto il mantra della rivoluzione liberale, quasi che in Italia ci sia mai stato davvero il socialismo. Così ora risulta conservatore chi sostiene i diritti del mondo del lavoro, e innovatore chi sostiene il pareggio di bilancio dello Stato come valore da mettere in costituzione e i lavoratori non più come persone ma come mere appendici dei processi produttivi. Con Berlinguer ebbe inizio la deriva politica che ha portato a tutto questo, salvo poi a diventare icona di quella sinistra che non c’è, ma tant’è siamo in Italia. 

mercoledì 12 marzo 2014

Renzi, un format di Mediaset




Riprendo, nonostante propositi d’altro segno, a trattare di questioni legate all’attualità politica. Ieri  l’altro  la Camera dei Deputati, a scrutinio segreto, ha bocciato tutti gli emendamenti alla legge elettorale che consentivano una qualche riserva di seggi parlamentari  alle donne, che sono, è giusto ricordarlo, “la metà del cielo” come diceva Mao, oppure, più prosaicamente la metà dell’elettorato italiano. Si possono avere tutte le riserve, ed anch’io ne ho, sul metodo proposto per riequilibrare la rappresentanza in parlamento dando alle donne ciò che è dovuto ma non è su  questo che mi preme argomentare in questo post.   Non è in questa sede, ripeto,  che voglio approfondire ila questione specifica, ma la decisone della Camera al riguardo è davvero grave, e lo è sotto diversi profili, perché non è neanche esatto dire che lascia le cose così come sono, perché le peggiora. Le modifiche costituzionali  che si stanno profilando sono un ulteriore avvitamento  della crisi istituzionale e socioeconomica in atto.  Non è solo la rappresentanza delle donne che è in gioco, ma il diritto all’intera popolazione di essere rappresentata in parlamento, continuando con il massacro di democrazia iniziato nell’ultima parte del secolo scorso, quando è cominciata a passare l’dea, condivisa da tutto il ceto politico, che la “governabilità ” in Italia  era impossibile per via di istituzioni obsolete.  Sono intervenute modifiche istituzionali anche pesanti ma la situazione è peggiorata, e allora anziché prenderne atto, come si converrebbe a persone in buona fede,  si perpetua l’inganno becero, per me fonte di frustrazione, di voler far credere, che l’incapacità mista alla non volontà  del nostro ceto politico, della “casta” secondo la fortunata espressione di  Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, di amministrare convenientemente l’Italia dipenda da impedimenti istituzionali,   che frapporrebbero ostacoli ai loro disegni  che si vorrebbero  improntati a efficienza e competenza. La realtà di tutti i giorni ci dice che essa, “casta”, mente, e che i loro disegni politici tutelano la criminalità organizzata e gli interessi euroatlantici. Facendo un passo indietro, rilevo che ormai è passata nel dimenticatoio la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima, finalmente, la legge con cui si sono elette le Camere nelle ultime consultazioni. Del resto, che illegittima fosse questa legge detta perfino “porcellum”  è sempre stato un dato evidente a tutte le persone in buona fede, anche a chi, come il sottoscritto, non è certamente un giurista. Mi sono, su questo blog, meravigliato perché la cosa non fosse evidente ai più già da tempo.   E’ vero che la stessa Corte ha escluso, ovviamente effetti retroattivi, ma di qui a spingersi sino alla approvazione di leggi elettorali che vanno nella  stessa direzione, ossia con premio di maggioranza già dichiarato incostituzionale, delle legge abrogata, ce ne vuole. Ma questo parlamento fa di più, ossia si propone di modificare la Costituzione in forza di un premio di maggioranza dichiarato illegittimo. Va da se che il conflitto tra gli interessi sottostanti queste “riforme”  e gli interessi generali della popolazione italiana, è abissale e di allarga sempre più.  Ormai ci si avvicina ad uno stato dittatoriale del tutto analogo a quello fascista.  Si parla di abolizione del Senato ma si deve intendere correttamente abolizione della rappresentanza. Intanto il Senato non è abolito ma trasformato, non sarà elettivo, quindi non sarà rappresentativo di alcunché,   ma  continuerà ad avere un ruolo importante. Solo che sarà  riservato a chi è già entrato nella “casta” per altre vie, rafforzandone così il ruolo e i privilegi; ne risulterà perfino ostacolata la permeabilità, per il venir meno appunto di una occasione di ingresso. A tale venir meno si deve aggiungere  l’effetto della  conferma del meccanismo di nomina dei candidati alla Camera rimanente, e in più una alta soglia per l’ingresso di nuovi partiti, e il famigerato premio di maggioranza, per nulla attenuato, dal possibile ballottaggio, che avrebbe una sua plausibilità tra forze che hanno superato il 40% così per dire, dei voti.  Del resto il trucco è questo, perché stante il dominio di Berlusconi sulle televisioni in Italia la vittoria nel ballottaggio è cosa fatta. La cronaca ci dice che la minoranza del PD è in agitazione, e il mio commento è: meglio tardi che mai.  E tuttavia aggiungo pure, proseguendo sulla falsariga dei detti popolari che: chi è causa del proprio male pianga se stesso. L’attuale minoranza del Pd, era maggioranza sino a poco tempo addietro, è stata a suo tempo anche maggioranza di governo, ma non ha mai voluto regolare il conflitto di interessi di Berlusconi. Proprio in questa legislatura, ai suoi inizi si è manovrato per emarginare i  5S dall’”arco costituzionale” atteso che erano loro i difensori residuali della costituzione vigente, e il ruolo di Bersani resta da chiarire, perché è per me evidente che si è prestato al gioco, perché è chiaro che Berlusconi fuori dal controllo delle tv è un signor nessuno, e invece si sono volute le “larghe intese”   mentre verosimilmente con un accordo serio con Grillo, e non con le pagliacciate e gli ultimatum con cui Bersani si è approcciato a M5S, si sarebbero potuti regolare il conflitto di interesse di Berlusconi, ossia, detto chiaramente, sottrargli il controllo delle tv, e poi magari con una nuova legge elettorale chiaramente e inevitabilmente proporzionale, si sarebbe potuto andare a nuove elezioni, ma dopo aver svoltato effettivamente  Ora come sempre  avviene in questi casi, Berlusconi  in tutta “riconoscenza” dà loro il benservito e li licenzia tutti, i Bersani, Cuperlo, Bindi, Fassina e compagnia bella,  perché una delle conseguenze neppure secondarie di quel che sta accadendo, è che vanno tutti a casa. Per questo insorgono, e non per altro, e tuttavia mi auguro che in Senato il piano di Verdini (altro che piano Solo di antica memoria, con relativo rumor di   sciabole)  vada in fumo, e ciò sarebbe fattibile in virtù della truppa grillina e dell’assenza di  premio di maggioranza nelle elezioni del senato, senza di che  non ci sarebbe partita possibile. Questo è il quadro politico e istituzionale al giorno d’oggi. Il mio rammarico deriva dal fatto che questo quadro viene da lontano, in attuazione di disegni politici che attraversano governi di diversa composizione e legislature di segno “opposto”,  senza che nessuno gridi allo scandalo. Di recente mi è parso di assistere su fb ad un dibattito sulla equiparazione tra democrazia e sistema dei partiti. Orbene invito a riflettere: abbiamo ancora un “sistema dei partiti”? . Pare a me che esso sia tramontato con la prima repubblica, perché partiti potevano definirsi la DC, IL PCI, IL PSI, e viva via tutti gli altri, anche il PRI di La Malfa o il PSDI di Saragat e Nenni. Ma i “partiti” di oggi possono ancora definirsi tali? Fanno ancora sistema? Hanno una qualche forma di democrazia interna?. Onestamente non credo, ma soprattutto credo sia vero che non fanno sistema.    Non ce né è più nessuno di livello nazionale degno di questo nome. Il Pd è un insieme di potentati locali con correnti differenti che agiscono nello scenario nazionale, solo a tutelare i loro particolari interessi, senza neppure la parvenza di un proprio progetto autonomo di gestione  della “cosa pubblica” che in Italia ormai è cosa ormai privatissima,  il primo ad introiettare in Italia il  metodo delle “primarie” che dovrebbero supplire alla assoluta mancanza di democrazia interna, verosimilmente ne decreteranno la fine.  Con l’ascesa di Renzi, il cui successo non è certo legato a meriti politici, di cui non c’è traccia, ma al successo mediatico dello stesso format che ha visto il successo di Berlusconi, in quanto personaggio, che di politica si occupa poco, in tutt’altre faccende affaccendato, per cui la politica per lui coincide perfettamente con i suoi interessi aziendali. Renzi, con tutta evidenza è la riproposizione dello stesso format televisivo, e grazie a lui il Pd ha perso persino una sua identità che in qualche modo i vari D’Alema, Veltroni, Bersani e compagnia bella erano riusciti a costruire. La vicenda delle elezioni del presidente della repubblica e ora la vicenda delle cd “quote rosa” nella legge elettorale, stanno “strappando”  quella identità che pure conservava.  Forza Italia, notoriamente e innegabilmente, a voler essere in buona fede, non è una associazione di liberi cittadini ma una organizzazione privata di un criminale sulle cui attività, il sospetto è legittimo,   non è stata fatta ancora piena luce, né mai lo sarà sotto il profilo giuridico, avendo noi un ordinamento concepito di proposito perché  non scalfisca determinati interessi criminali. M5S. nega di essere un partito, anche se di fatto lo è, e tuttavia qualche riserva sul suo essere partito pure lo legittima. Degli altri partiti non mette conto parlarne perché sono ATI, ossia Associazione  Temporanea di Impresa, di modo che è difficile parlare di “sistema dei Partiti” perché tutti insieme non fanno sistema appunto, non hanno le medesime possibilità di affermazione ne hanno il medesimo potere. L’unico partito dotato di potere effettivo, ben al di là del suo consenso elettorale,  è  Forza Italia, che avendo il dominio incontrastato della televisione è in una condizione di supremazia  di fatto. Il lavoro che è stato assegnato a Renzi consiste nel  consentire a tutto ciò che serve per “legittimare” , anche sul piano formale, tale dittatura di fatto. Nonostante tutte le mie riserve che ho espresso e che mantengo nella sostanza, alle prossime elezioni europee voterò M5S, perché, almeno in apparenza, mostra di aver compreso la situazione e di volerla contrastare non so ancora con quanta coerenza, ma, al momento del voto, non vedo alternative possibili. L’astensionismo è di fatto un voto conforme al sistema che aborro; le liste di sinistra, quella “sinistra che non c’è” , appunto come mi piace definirla, non pare lontanamente in grado di capire la situazione, e soprattutto non si fa scrupolo di partecipare a un gioco truccato senza neppure denunciarle con forza il trucco. Almeno Grillo capisce che il problema delle tv è un problema imprescindibile. Chi mi conosce sa che di mio, non ho mai creduto al parlamentarismo. La democrazia ha bisogno di elaborare altre forme di organizzazione, perché quelle sin qui sperimentate, sul piano della democrazia reale è fallimentare, è la cosa è perfino nota dalla fine dell’800, ma la “sinistra che non c’è” e che oggi la si vorrebbe tale,  pare non ci abbia mai fatto caso. Tornando all’attualità, in Italia, la lista  Tsipras‎, già afflitta da problemi interni,   basandosi su personaggi che hanno dato cattiva prova di sé, sul piano politico, mi pare  condannata all’impotenza. Comunque a proposito di M5S, mi ripeto, trovo assolutamente distorcenti le campagne mediatiche “contro”  condotte anche su Fb,  da amici  che in qualche modo considerano ancora esistente la sinistra  in Italia, negando l’evidenza,  e riconoscendosi  nel mondo politico che si è dipanato dal vecchio Pci. Credo di aver già argomentato a riguardo su questo blog, e sono sempre disposto a ritornare sull’argomento. Ho votato SEL  in passato e Ingroia alle ultime politiche. Ingroia ha chiuso e SEL  sta per chiudere;   quanto pare è motivo di tensione all’interno della lista Tsipras , cui ha aderito. Concludendo voglio solo precisare che non intendo speculare, con ciò che ho detto qui, sui  problemi giudiziari di Nichi  Vendola, che esulano dalle mie motivazioni di voto, avendo, persino sul piano personale rimostranze concrete legate alla vicenda En.A.I.P che attende ancora la sua naturale e tragica conclusione, e in cui la Regione, così apprendo da avvocati cui mi rivolgo, ha responsabilità precise sul piano giuridico, nel senso che, con beneficio d’inventario, tocca alla Regione Puglia commissariare l’En.A.I.P e liquidare i creditori, forse non in via esclusiva, ma di fatto nessun altro è nelle condizioni di farlo, che sono prevalentemente ex dipendenti a cui non furono corrisposte svariate mensilità  nell’ultimo periodo di attività.   Tuttavia    tengo a dire che mi paiono assolutamente strumentali i problemi suscitati dalle vicende legate alla nomina di un primario di ASL,  mentre vedo qualche ombra reale in quelli legati alla vicenda Ilva. Devo comunque rilevare che nonostante tutto,  la Regione Puglia non potesse fare di più sulla vicenda Ilva, essendoci governi nazionali pronti a decretare d’urgenza  per proteggere i Riva.

sabato 27 luglio 2013

Lo srtrano Paese



In realtà il vocabolario, o meglio ancora la distorsione provocata dai media dei significati originari delle parole, priva quasi del tutto chi come me, vorrebbe poter trasmettere sensazioni di rabbia, di sgomento, per quello che accade. Trovo del tutto disarmante la capacità di questo “sistema” di metabolizzare  di tutto, di sfornare ad ogni piè sospinto, personaggi, neologismi e perfino eventi “non eventi” perché  intrisi di nulla se non delle chiacchiere, una volta definite da bar o sala da barba, ma che ora campeggiano sulle prime pagine di giornali di grande tiratura, e perfino nelle sedi parlamentari. Le tragedie vere restano sullo sfondo, sotto gli occhi di tutti, perfino ostentate a volte, con la consapevolezza che pure l’ostentazione delle tragedie contribuisce a “naturalizzarle” a farle apparire, cioè, come inserite nelle pietre e nella natura che ci circonda, in modo che vengano percepite dai più con piglio fatalistico e quindi considerati  inevitabili.  Non c’è antidoto a questa corrosione strisciante, pur nella sua pervasività, di tutto ciò che di buono, e di positivo si era fatto in Italia e nel mondo, dopo l’ultimo conflitto mondiale. Sembra di stare su un piano inclinato su cui di deve rotolare sino ad un fondo che, al momento non è dato intravedere.  Come se fossimo in un processo a ritroso che i più colgono come dato ineludibile e perfino progressivo. In realtà, le coordinate della situazione politica attuale nascono, per gli aspetti di maggior attualità, soprattutto sotto il profilo economico, a partire dalle questioni del cd “debito pubblico”, dalle vicende già richiamate dell’ultima guerra mondiale. Con la costruzione di quella mostruosità politica ed economica chiamata “euro” si è di fatto invertito l’esito, acquisito drammaticamente sui campi di battaglia di tutto il mondo, del secondo conflitto mondiale. La Germania, sconfitta sul campo, sino alla determinazione della suo sdoppiamento, ora è riunificata,e detta le leggi dell’economia e della politica in Europa, seppur su delega Usa. I Paesi e le forza che determinarono la sconfitta del nazismo, sono annientate, a partire dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ma anche della Yugoslavia ora smembrata,  che fu capace di liberarsi dei nazifascisti senza attendere “liberatori” di sorta e per questo in grado, anche dopo il conflitto, di perseguire politiche dette correttamente di “non allineamento”. Ora l’Urss è tornata Russia come al tempo degli Zar, ed è gestita da dittature che a quella del famigerato Stalin non hanno nulla da invidiare comunque la si pensi. Si è proceduto allo smantellamento dello stato sociale con la velocità con cui, processi analoghi, erano immaginabili solo a prezzo di eventi traumatici, come guerre, colpi di stato e via discorrendo. In Italia le organizzazioni legate sia alla grande criminalità organizzate,  che alle nostalgie nazifasciste, governano il paese, a dispetto di qualsiasi esito elettorale. La sinistra è talmente smarrita da non riconoscere, nelle sue componenti maggioritarie, nel M5S di Grillo, l’ultima flebile resistenza al terribile “nuovo che avanza” a suon di stravolgimenti della costituzione, che si vorrà alla fine del tutto stravolta, per codificare, ad ogni livello, anche a quello giuridico formale, la vittoria delle forze della grande criminalità organizzata. Ormai stufo di leggere anche su fb, post, di pseudo militanti di sinistra, che con ogni camuffamento sostengono questo governo delle “ larghe intese”.  Stufo di tutto ciò rinuncio, d’ora in poi, a commentare fatti di attualità politica, consapevole che ormai non esiste più nessuna attualità in politica, se non il rinnovarsi di recitazioni stantie con qualche personaggio “nuovo” come  Renzi, che da rottamatore sedicente, si sta trasformando nello strumento di legittimazione, sia pure nella dimensione meramente virtuale di un sistema mediatico, della sopravvivenza di quegli apparati, che si vorrebbero “rottamare”. Renzi, ormai, malgrado il crescente consenso, che pare abbia,  incarna l’eterna promessa del nuovo fatto di nulla.  Tutto sembra già scritto. Credo impossibile resistere a tutto questo, ragion per cui, d’ora in poi mi sforzerò su questo blog, di commentare, non più fatti di cronaca, ma libri,riviste, teorie, che consentano uno sguardo più lungo, perché ormai nel breve, resta assai poco da dibattere.   Tutto questo, però se sarò capace di migliori ritmi di lavoro “intellettuale”, atteso che l’agire politico, come insegna non solo la storia, ma anche, se mi è permesso, la mia personale vicenda politica e professionale, sempre stritolata tra l’ideologico imperativo del “fare” senza riferimenti teorici di sostegno, che ho pagato a duro prezzo, sia nel corso della militanza politica, che nelle  vicende della mia professione di “educatore” così si diceva un tempo, ossia di un operatore che si districava, nelle contorsioni delle vicende di vite complicate, di favorire, per il possibile, i ragazzi svantaggiati. L’attivismo fine a sé sesso non ha mai prodotto nulla da nessuna parte, in nessun campo. Ritengo perfino sterili, seppur doverose, le denunce di ogni singola ingiustizia, data la loro mole complessiva,e data la incapacità di fare sintesi da parte di chicchessia. Perfino gli atti di pura testimonianza, salvo rare eccezioni, risultano alla fine controproducenti. Serve alzare lo sguardo e cercare di guardare più avanti, perché nell’immediato, di questi tempi e dalle nostre parti, temo, tutto è perduto.  L’agire deve essere volto al raggiungimento di obiettivi, e in politica questi obiettivi, devono essere assolutamente trasparenti, coerenti, e condivisi da coloro che affermano di volerli perseguire. Tutto ciò è mancato grandemente nella sinistra italiana nei decenni scorsi, e credo sia il principale motivo della sua scomparsa. Ci si è trastullati nelle vecchie pratiche del cattolicesimo deteriore, che si possono sintetizzare nel motto: “fate ciò che dico, ma non fate ciò che faccio”. Questa prassi inficia tutto ciò che non deriva da un potere precostituito. Solo che intanto, voglio trascorrere questa estate più di altre, visto che non ho più obblighi di cartellini da vidimare, anche sotto la forma di firme da apporre su terribili registri bianchi,  tra il mare della costa della Puglia meridionale, tra Bari e Brindisi, e le pietre, le piante, il terreno di un trullo in quel di Alberobello. Che almeno questo,  insieme all’adorazione dei miei figli mi sia concesso.